Venerdì 7 ottobre 2016, Susa

Di acqua sotto i ponti da quella primavera del 1978 ne è passata tanta ma non abbastanza per annullare la sofferenza. Quella di Agnese, figlia di Aldo Moro, il presidente della Democrazia Cristiana rapito dalle Brigate Rosse, tenuto in ostaggio per 55 giorni e poi ucciso. E quella di Franco Bonisoli, all’epoca dei fatti membro del commando che, il 16 marzo di quell’anno, per rapire Moro, fece fuoco contro i cinque uomini della scorta, uccidendoli.

La sofferenza della vittima a cui viene sottratto con violenza il padre e quella del carnefice che torna sui suoi passi, rivede la sua storia e sente il peso delle sue azioni. Due sofferenze che, da qualche tempo, hanno iniziato a incontrarsi, a parlarsi, a dialogare, ad affrontare il dolore indicibile che fatica a trovare le parole per esprimersi.

Un dialogo che è stato portato all’attenzione alla gente di Valsusa (una terra che col terrorismo, all’epoca, si è trovata a fare i conti) venerdì 7 marzo, su iniziativa dell’Associazione Segno che, proprio alla figura di Aldo Moro (nel centesimo anniversario della nascita), ha dedicato una serie di incontri.

Ai più è parso un po’ strano vedere, allo stesso tavolo, Agnese Moro e Franco Bonisoli. E sentire da loro non tanto il racconto di quei giorni del 1978 ma quello che è successo dopo, nella loro vita, nel loro mondo esterno e interno.
Un dialogo, quello di venerdì sera, introdotto da Riccardo Moro (il cognome non inganni perché di Aldo e Agnese Moro non è neppure lontano parente), uno dei “facilitatori” di questo cammino che “non prende in considerazione l’aspetto della giustizia retributiva (al reato corrisponde una pena commisurata alla gravità dell’azione) ma quello della giustizia riparativa. Quella che tende a riparare, a ricostruire le relazioni che un’atto di ingiustizia, di violenza ha prodotto”.

Agnese Moro

Agnese Moro

Ed ecco il racconto di Agnese Moro. “La giustizia penale ha fatto il suo corso, ha funzionato. I terroristi sono stati presi e condannati. Ci sono stati cinque processi. E alla fine? Mi sono trovata con gli stessi problemi di prima, perché ci sono ferite che la Giustizia Penale non può curare. Mi sono trovata a vivere una condizione alterata, legata alla dittatura del passato sul presente. Ho fatto tante cose, lavoro, matrimonio, figli ma ho sempre sentito che una parte di me è rimasta ferma a quel periodo, a quei giorni dal 16 marzo (data del rapimento di mio padre) al 9 maggio (data della sua morte). Un passato sempre presente, come se tutto avvenisse in quel momento, accompagnato da un urlo di dolore che avrei voluto cacciare fuori senza però riuscire a farlo. Come se dentro di me  ci fosse un sasso che impediva a quell’urlo di uscire, di trovare uno sfogo”.

La conseguenza, aggiunge Agnese Moro, “rischiava di essere la perdita della mia umanità. A quel punto mi sono accorta che dovevo fare qualcosa per arrestare la catena del male”.
Per fortuna (o grazie a Dio), “c’è stato l’incontro con un gesuita, padre Guido che mi ha proposto di entrare in un gruppo che vedeva al suo interno vittime e e protagonisti della lotta armata”. La prima reazione? “Ovvio, ho detto no”. Poi, dopo aver incontrato alcuni famigliari di vittime del terrorismo e aver constatato che “questa esperienza dava loro fiato, li faceva stare meglio, ho deciso di provare”.

La prima persona che Agnese incontra è proprio Franco Bonisoli. “Quando è venuto a casa mia… è stato un po’ imbarazzante. Poi i miei fantasmi, i mostri che avevo nella mente sono svaniti e di fronte a me ho trovato una persona… normale. Fino a quel momento pensavo che il dolore fosse un’esperienza solo mia e delle vittime. Invece mi sono accorta che la sofferenza sta anche in chi rimane schiantato dalle azioni che ha commesso, dal dolore che queste hanno provocato”.

Così il dialogo, il gruppo, la settimana che una volta all’anno vittime ed ex terroristi vivono insieme in una località montana, diventano “luoghi in cui vittime e colpevoli si incontrano e si scoprono come persone e non come cose; un luogo dove si può rinascere insieme”.

dscf1495

Franco Bonisoli

L’altro punto di vista è proprio quello dell’ex Br Franco Bonisoli. “Ho fatto la scelta della lotta armata e della clandestinità a 19 anni, mettendo in discussione tutta la mia vita. A 23 anni sono stato arrestato. A 28 anni, in carcere, sono andato in crisi e non ho creduto più che la lotta armata fosse la strada per una società più giusta. Rompere con quella esperienza – racconta Bonisoli, con la voce rotta da una sofferenza profonda – non è stato semplice perché si trattava di accettare l’idea di una sconfitta, prima di tutto interiore”.

Un problema  non  solo di Bonisoli ma  di parecchi reclusi nelle carceri di massima sicurezza per reati di terrorismo. “Non volevamo mercanteggiare sconti di pena facendo prendere i nostri compagni ma volevamo rompere con la lotta armata, con la violenza”. La vita del carcere era dura, disumana al punto da essere oggetto di denunce e segnalazioni di Amnesty International.

“Con altri compagni, tra i quali Alberto Franceschini, iniziammo uno sciopero della fame, un modo per rivolgere la violenza non contro gli altri ma contro noi stessi”.

Poi l’ingresso sulla scena un sacerdote, don Salvatore Bussu, cappellano del supercarcere di Nuoro “che vede nel nostro gesto una svolta. La notte di Natale, don Salvatore si rifiuta di celebrare la Messa. Non posso farlo – dice – se i miei fratelli rischiano di morire in carcere”.

Nel 1983 è il cardinale Martini, in un convegno, a porre il problema della dignità umana dietro le sbarre. Si apre uno spiraglio nell’opinione pubblica.  “Un giorno nella mia cella vedo sedersi Marco Pannella. Non mi sembrava vero, credevo fosse un delirio provocato dallo sciopero della fame. Invece era proprio lui”.

Comincia un percorso che, col tempo, “mi aiuta a uscire dal carcere e, soprattutto, dalle gabbie mentali che imprigionano più delle sbarre”. Sono gli anni della legge Gozzini e poi della legge sulla dissociazione che prevede sconti di pena per chi ha commesso reati di terrorismo senza per questo dover denunciare i propri compagni. “Dopo 22 anni e mezzo di detenzione finisce il mio rapporto con la giustizia. Mi sposo e dal matrimonio nascono due figli”.

Poi c’è l’incontro con Agnese Moro ma anche con altri, come Carol Tarantelli, padre Adolfo Bachelet, Indro Montanelli. “Sentivo dentro il bisogno di provare a restituire qualcosa di quel che tante persone, tanti volontari, mi hanno dato durante i miei anni in prigione. Così faccio volontariato anch’io”.

Dall’incontro con il gruppo di cui fa parte anche Agnese Moro nasce la “risposta al dolore che sentivo dentro e che chi provoca il male, di solito, deve risolvere con sé stesso o con gli altri come lui. Un incontro che ha permesso a me e a tanti miei compagni di non avvitarci su noi stessi e di tentare di lasciare qualcosa di buono a questa società”.

Bruno Andolfatto