“Vorrei dipingere l’aria” non è solo il titolo di una mostra ma un sogno, una profezia, la spinta ad andare oltre, l’ispirazione di un artista. Poche parole, una frase, che restituiscono il senso della vita e dell’attività di Tino Aime, morto sabato 8 luglio all’età di 86 anni. Classe 1931, nato a Cuneo, Aime viveva a Gravere ed era molto legato alla Valle di Susa.

“Se avessi assecondato le aspettative di mio padre – racconta l’artista nella sua biografia – avrei fatto il lattaio. Ma quell’attività, non mi attraeva affatto. Al tempo, uno che si chiamasse Aime, e fosse originario di Roaschia, era predestinato, finiti i tempi dei pastori e delle transumanze, ad avere a che fare con latte e derivati”.

“Nel 1941 la mia famiglia si trasferì a Torino dove rilevò una latteria, «beccandosi» così le prime bombe che nottetempo cadevano sulla città. Subito rimasi affascinato dallo sfrecciare dei tramvai e da grande volevo fare il tranviere, ma mi accorsi ben presto che i tranvieri non erano dei giramondo e che le loro avventure di viaggio si limitavano alle sferraglianti corse – andata e ritorno – da un capolinea all’altro. Intanto cominciavo a disegnare, mi divertivo facendo di tutto un po’ e già alle scuole medie i miei compagni di classe nell’ora di disegno chiedevano sottobanco il mio aiuto. Ricordo quel giorno che la professoressa mise sulla cattedra un vaso di ciclamini che noi alunni dovevamo disegnare. Colorai i gambi dei ciclamini di rosa e la professoressa mi redarguì per non aver rispettato i «canoni» che contemplavano i gambi dei fiori verdi. Portai il mio disegno alla cattedra per un confronto e feci notare anche ai miei compagni che effettivamente i gambi erano rosa, non rosa confetto si intende, ma un rosa tenue che sfumava nel verde. Ebbi così la mia prima sospensione da scuola per tre giorni. In quel periodo, disegnavo nel retrobottega della latteria e quando andavo a trovare i nonni alla Madonna degli Angeli a Cuneo, mezzadri della cascina dei conti, i miei soggetti preferiti erano gli animali nella stalla e nell’aia. Il signor conte, quando si «batteva» il grano ed era intento a contare i sacchi che si riempivano, un giorno chiese a mia madre cosa avrei fatto da grande; alla risposta che volevo fare il pittore, il conte mi derise dicendo che le mie sarebbero state due braccia «rubate all’agricoltura».

Poco tempo dopo a Torino (era il 1949), un cliente mi vide nel retro del negozio mentre disegnavo e chiese il consenso a mia madre (mio padre era morto ancora giovane qualche mese prima) per accompagnarmi alla Libera Accademia di Torino, che lui frequentava: voleva far vedere i miei lavori al direttore, il maestro Idro Colombi.
Colombi mi accettò subito ai corsi e da quel giorno la mia vita cambiò: incominciavo il mio tirocinio.
Storia dell’arte, disegno dal vero con la modella… quante emozioni! Al piano di sopra c’era la sezione Arte applicata. Un allievo? Armando Testa!
Con noi – Arte pura – altri che divennero bravi e noti pittori. La Libera Accademia di Torino in seguito chiuse i battenti e il mio maestro portò con sé nel grande studio di piazza Cavour (sempre di proprietà del Comune), gli allievi che considerava i più promettenti.

Nacque così la Comunità Artistica (un vero e proprio cenacolo): noi allievi eravamo al lavoro e tanti esterni, amici ed estimatori del mio maestro, il fior fiore della cultura Torinese, frequentavano lo studio. Io, ragazzo di borgata e ignorante come una zucca, con le orecchie spalancate ascoltavo le discussioni di quegli scrittori, letterati, studiosi, poeti, critici (Massimo Mila), architetti famosi, politici (mazziniani convinti, se ben ricordo), musicisti e cercavo di assimilare ogni cosa e farmi un piccolo bagaglio culturale. In questo modo apprendevo che erano esistiti Bach e Mozart e tanti capiscuola della pittura, da Masaccio a Goya a Picasso a Sutherland a Burri.
Immagazzinavo ogni cosa e questa è stata la svolta della mia vita. Ho imparato a vedere sempre tutto attraverso una cornice. Ogni cosa poteva essere dipinta, raffigurata, ragionata e amata, anche quella meno appariscente, nascosta, da scoprire. È stato un grande maestro Idro Colombi; anche quando la scolaresca era ormai sparuta, ha continuato i suoi insegnamenti. Vedendo che svolazzavo pindaricamente qua e là, da un capitello corinzio a uno dorico e templi appollaiati qua e là su ipotetiche alture della Grecia, mi disse: «Tino, tu vieni dalla terra e a quella dovrai riferirti e affidarti. Il sole per te non splende lassù nel cielo ma quaggiù sulla terra». E così mi indicò quella che sarebbe stata la via da seguire, mi insegnò anche quello che non dovevo fare. Infatti alla prima uscita fuori studio, mi obbligò a dipingere le ombre che i platani «appiccicavano» sulla collinetta dei giardini Cavour, mentre i miei compagni erano liberi di alzare gli occhi e spaziare. Grazie Colombi avevi ragione tu!
E poi tanto, tanto lavoro, in ore rubate al riposo, la partecipazione alle mostre collettive e poi il terrore della prima mostra personale.
Ho avuto in seguito i primi rapporti di amicizia con scrittori, pittori, poeti e giornalisti, che hanno apprezzato la mia pittura spoglia di fronzoli e inutili descrizioni (come voleva il mio maestro), una pittura tonale e severa.

A quei tempi a Torino, tutti, chi più chi meno, erano «casoratiani», la mia ricerca è stata ostinata, con continua evoluzione di nuove tecniche, materiali diversi, senza mai scostarmi più di tanto dalle mie tematiche dove coabitano un po’ di malinconia, briciole di nostalgia e un pizzico di romanticismo. Ma i timori, le incertezze davanti a una tela bianca mi accompagnano tuttora, e a momenti di sconforto subentrano attimi di gioia, una soffusa malinconia mi è sempre stata compagna di viaggio.

Ho sempre amato dipingere i luoghi dove l’uomo fatica di più e la vita è più difficile, l’alta Langa (quella di Fenoglio), le lagune e le desolate distese della Camargue dove l’acqua e la terra si fondono (Mistral), le bruciate sierre dell’Andalusia (Garcia Lorca), le mie borgate abbandonate di montagna (Toni Boudrier, Mario Rigoni Stern). Dipingo il mio quotidiano e le mie origini. Dipingo nature silenti, fiori stremati e oggetti dimenticati. Amo incidere, scolpire, accarezzare le pietre, sentire i profumi del legno. La materia mi attrae, ma vorrei anche saper dipingere l’aria. Già da fanciullo sbalzavo lastre di rame, scolpivo cortecce di larice, disegnavo e coloravo i sassi della spiaggia, saldavo ritagli di metallo e attorcigliavo fili di ferro.

Le frecce del mio ipotetico arco cerco di indirizzarle direttamente al cuore della gente, senza viziosi giri pseudo-intellettuali, e concettosi.
Dopo troppi anni trascorsi a Torino, sono tornato alle mie origini, alle mie montagne. Sono forse uno degli ultimi testimoni di questa montagna dimenticata e attraverso i miei dipinti e le mie finestre, cerco di farla rivivere. Memorie, amori, nostalgie, ricordi, fatiche!
Il legame con la mia terra e le montagne non si è mai allentato, i miei frequenti ritorni nella mia provincia, quella Grande sono sempre accompagnati dall’emozione.
Non mi sento di allontanarmi «da casa», ma di «andare a casa».
Ogni qual volta vado a Cuneo seguendo i sentieri della memoria (Gino Giordanengo), faccio una capatina alla Madonna degli Angeli dove ho trascorso parte della mia infanzia. Nella chiesa mi siedo nel banco che era del conte, con tanto di targhetta d’ottone, compiendo il «sacrilegio» che allora, in gioventù, sarebbe stato impensabile, e vorrei dirgli: vedi che ho fatto il pittore!
Una preghiera al beato Angelo e una per Duccio Galimberti.
Poi scendo verso il Gesso, dove i nonni coltivavano un grande terreno rosicchiato dal torrente e da dove allora, iniziavano le «pianche» che conducevano al Santuario di Fontanelle. Nelle lanche del torrente d’estate facevamo i bagni e prendevamo i pesci rimasti intrappolati in qualche chiazza d’acqua e più tardi negli anni andavo a cercare il sasso giusto per scolpirlo.

Conosco tutti i santuari della zona, da Madonna della Riva a quello di Monserrato e poi Brignola e Roaschia, perché allora erano le nostre mete nei giorni delle feste patronali dove si faceva «merenda» vicino all’Oi (la Dragonera) che esce copiosa dalla montagna del Van dove salivo a raccogliere le stelle alpine: erano così tante che si potevano addirittura falciare! Le mie prime «scalate» le ho fatte lassù al Bec d’Orel e poi, più grandicello, il canalino di Lourousa, l’Argentera, il monte Matto, il Monviso, ecc. Adesso, dove andavo a pascolare le mucche del nonno, lungo il viale degli Angeli, ci sono belle case, piccole e grandi ville, condomini e supermercati. È un lontano ricordo vedere l’esile figura di mia nonna Marieta che il martedì, giorno di mercato, andava a Cuneo con due grandi ceste a vendere verdure, una gallina, un coniglio e tante uova.
Nei campi del nonno (pardon, del conte) si raccoglievano le foglie dei gelsi per sfamare i bigat (i bachi da seta) e io, allora agile come uno scoiattolo, ero quello che ne raccoglieva di più. Mio nonno, al mattino a colazione, mi metteva un cucchiaino di zucchero nella scodella del latte (agli altri un po’ di sale… costava meno), a mia volta ricambiavo facendo con matita e pastelli il suo ritratto e quello della nonna… Nostalgie! Ricordi! Sono più avvezzo a pennelli e spatole che alla penna: siate indulgenti.
Grazie!”