CHIOMONTE – Vi sono luoghi che racchiudono in sé il senso del tempo, della storia e…del presente, forse del futuro. La cappella di S. Caterina, oggi luogo pubblico tra i più preziosi per la comunità chiomontina, nacque alla fine del XII secolo e nei primissimi anni di quello successivo come tappa transnazionale dei grandi pellegrinaggi verso Roma e Gerusalemme sotto la protezione dei monaci-soldati dei cavalieri di S. Giovanni (i giovanniti, poi cavalieri di Malta). L’Occidente latino proponeva allora la sua impronta nel mondo continentale e mediterraneo in cui Chiomonte non era che una tappa, un tassello in un orizzonte più vasto: di lì passavano pellegrini e mercanti, questi superavano le Alpi, ma sapevano che quello era solo un segmento di un itinerario più vasto, di interessi più larghi. Poi vennero i Delfini di Vienne, la canonica regolare di Oulx fece di Chiomonte uno dei suoi possessi più sicuri tra le diocesi alpine in cui si era incardinata come fucina di chierici e sacerdoti mantenendo il controllo della strada del Monginevro e collaborando con i canonici del contermine Moncenisio. Le Alpi non smettevano di essere un luogo di scambi e di itinerari irrinunciabili per chi si muoveva nel cuore del Medioevo subalpino e alpino-rodaniano. Quelle terre divennero francesi dopo il 1349 e videro il confronto, talvolta pacifico ma più spesso armato, tra il Regno di Francia e le ambizioni regie di Casa Savoia. Dopo, solo molto dopo, arrivò Utrecht. Il vecchio Delfinato cisalpino si frantumò. Siamo nel 1713: da cui, oggi, il Tricentenario. I Savoia ottennero il titolo regio (prima di Sicilia, poi di Sardegna). Ma siamo comunque abituati a vedere i gigli di Francia sulle nostre fontane, nelle chiese ovvero nelle decorazioni suntuarie delle case private alto valligiane perché la storia non cancella mai le sue tracce, magari le dimentica soltanto. E qui è bene che gli storici diano una mano a non perdersi nelle filastrocche che esaltano la memoria fine a se stessa, ma non necessariamente la comprensione di realtà complesse e non certo banali.

Il convegno a Chiomonte

Per questo è nata l’idea di offrire nel 2013 una serie di iniziative culturali in Valsusa e in Val Chisone, per riflettere su cosa comportò Utrecht per le nostre valli alpine. Un partenariato italo-francese ha dato vita all’iniziativa del Tricentenario. La scelta valligiana è stata quella di affidarsi alla competenza della Rivista storica italiana che ha indirizzato la giornata di studi nell’aula romanica di S. Caterina giovedì 9 maggio (festa dell’Europa), arricchita da una folta partecipazione di persone. Sarebbe stato sufficiente ascoltare la relazione con cui Lucien Bély  (Paris IV, Sorbone) ha aperto i lavori, per comprendere il valore dell’iniziativa. Bély, presidente dell’Association des historiens modernistes des universités françaises, coordinatore della Revue d’histoire diplomatique, ha spiegato come con Utrecht nasca il mondo moderno, con l’Europa al centro degli accordi dei principi ma già con uno sguardo interessato verso l’Africa e l’America latina. Se l’articolo IV del trattato dell’11 aprile investe nominalmente le nostre valli ridotte a merce di scambio politico (merchandage politique), a Utrecht guardano oltre i loro mari per giungere a contingentare la stessa tratta dei negri (asiento de negros) verso il sud del mondo, fino all’estremità dell’attuale Cile. Dopo questa introduzione che ha posto le basi del confronto diplomatico Francia-Savoia in un contesto più ampio, si è approfondito il significato del trattato (anzi dei trattati bilaterali, che furono più di uno) nel loro contesto giuridico (Elisa Mongiano), nel rapporto con la annichilita monarchia spagnola (José Martinez Millan), uscita da Utrecht con le ossa rotte come la Francia, nel protagonismo degli Asburgo (Marcello Verga) e infine con Antonio Trampus (Ca’ Foscari, Venezia) nel lessico politico innovativo che Utrecht si trascinò dietro nella pratica delle diplomazie continentali. La potenza britannica fu con la regina Anna la vera dominatrice di quella tornata diplomatica, annunciando gli orizzonti imperiali della sua incipiente potenza marittima (ma demograficamente povera) che trovò nelle colonie i numeri e le braccia per dominare il mondo.

Nella pausa dei lavori relatori e pubblico hanno potuto scambiare le loro opinioni sulla giornata con grande familiarità: ha colpito particolarmente la presenza di monsignor Italo Ruffino (un centenario per un ….tricentenario, si potrebbe dire affettuosamente) che ha ricordato come fosse dai tempi delle celebrazioni Des Ambrois (1974) che videro attivi soprattutto monsignor Severino Savi e il canonico Natalino Bartolomasi, che non si assisteva a una giornata di studi così strutturata e impegnativa.

I riflessi di Utrecht in Valle

Nella sessione pomeridiana si è giunti ad affrontare i riflessi di Utrecht sulla realtà delle nostre valli. Una realtà dura e difficile come hanno ben documentato gli stessi chiomontini con un numero speciale della Rafanhaudo in cui, sotto la direzione di Tiziano Strano, tra vari contributi si sono potuti valutare i danni di guerra per la Successione di Spagna raccolti negli ostici verbali trascritti ed editati da Valerio Coletto. Un lavoro impegnativo, apprezzato anche dagli storici professionisti presenti al Convegno proprio per la qualità informativa di quelle carte, nonché per la perizia paleografica del curatore. La volontà di non separare la grande storia dalle vicende minute delle comunità locali è stato un indirizzo voluto proprio dal sindaco Renzo Pinard che ha inteso la giornata della Festa dell’Europa come un’occasione di riflessione e condivisione di un lavorìo culturale a ogni livello. Il giorno dopo a Briançon i lavori sono proseguiti al Theatre Vauban: si sono sviluppate alcune relazioni che hanno insistito sul significato ineguale delle frontiere tra esigenze dello Stato e pratiche di vita sociale ed economica negli ultimi tre secoli delle comunità alpine, segnandone l’approdo alla realtà assai meno drammatica dei giorni nostri per giungere fino ai progetti della macroregione economica Alpmed che si articola già adesso nella collaborazione delle Camere di Commercio italo-francesi e i piani Interreg. Riflessione storica e analisi socioeconomica di quello spazio alpino hanno quindi marciato parallelamente nelle due giornate di Chiomonte e di Briançon, unendo passato e attualità di un territorio che vive ancora processi di tensione e di attenzione sovraesposta, ma a cui forse il significato alto della politica e della diplomazia, come a Utrecht, potrebbe riuscire di qualche utilità.

Prossimi appuntamenti

I prossimi appuntamenti sono a Fenestrelle Pracatinà (29 giugno) con una giornata di Studi sulla realtà religiosa fra cattolicesimo e protestantesimo nel Settecento alpino, sotto la direzione di Grado G. Merlo (Università di Milano) e la grande kermesse sulle fortezze montane che si svolgerà il 6 luglio a Bardonecchia, nel forte Bramafam, con la presenza di Michelle Virolle, la maggior esperta delle fortificazioni dell’Architetto Vauban, il celebre architetto militare del Re Sole  le cui realizzazioni nelle Alpi Cozie francesi hanno già avuto il riconoscimento dell’Unesco.