Lo storico valsangonese sulla necessità di fare i conti col passato: “L’immagine della Resistenza che nasce con l’armistizio è fuorviante: quelli furono i giorni di un’Italia allo sbando, abbandonata”.  “Abbiamo rimosso le vicende scomode della nostra storia”

81iVtmhkyxL._SL1500_ 981096_450580135035191_528346890_oE’ storia di 70 anni fa, ma non l’abbiamo elaborata, digerita, metabolizzata. Anzi, spesso l’abbiamo mitizzata, attraverso una “vulgata” che ci descrive come vincitori dalla seconda guerra mondiale quando, invece, siamo gli sconfitti. Con questa storia fa i conti Gianni Oliva nel suo libro “L’Italia del Silenzio. 8 settembre 1943” edito da Mondadori per la collana Le Scie (19,50 euro).

Un libro che ricostruisce gli avvenimenti accaduti tra il 25 luglio e l’8 settembre del ‘43, quando “nello sfascio più totale si dissolve lo Stato del ventennio fascista. Il prezzo maggiore è pagato dall’esercito, fino a quel momento in guerra a fianco dei tedeschi. In quei giorni viene meno il sistema di comando. I soldati vengono lasciati soli. Ciascuno reagisce come può, scappando, nascondendosi oppure facendosi catturare consegnato in caserma, com’è successo alla maggior parte dei soldati”.

Ed ecco il titolo, l“Italia del Silenzio”: “Perché questa – spiega Oliva – non è l’’Italia che reagisce ma l’Italia che subisce, che non sa assolutamente che cosa fare, che aspetta la liberazione dagli angloamericani”. Così l’immagine dell’8 settembre come inizio della Resistenza, “è fuorviante, non vera perchè quelli sono i giorni dell’Italia che subisce lo sfascio e l’abbandono”. Dalla ricostruzione dei fatti alla “riflessione sulla memoria”: “Nel 1945 – spiega Oliva – abbiamo immaginato di essere i vincitori di una guerra. Invece, quella guerra che abbiamo scatenato accanto ai tedeschi, l’abbiamo persa. La prova? E’ la cartina geografica. L’Italia del 1945 è più piccola di quanto fosse nel 1939. Non c’è più l’Istria, non c’è più la Dalmazia e anche sui confini nord occidentali ci sono modifiche, sia pure minori”.

Per salire sul carro dei vincitori “abbiamo messo in campo la Resistenza, attribuendole un ruolo e una dimensione che non ha avuto. Per dirla con lo storico liberale Rosario Romeo, “la Resistenza, opera di pochi, è stata usata dai tanti per non fare i conti con il proprio passato”. Così,“si è pensato che il fascismo dominasse il Paese solo con la violenza e la repressione; che tutte le colpe fossero di Mussolini e del Re, e che una volta eliminati, uno in piazzale Loreto l’altro col Referendum del 2 giugno, si potesse ripartire da capo”.

Le cose non sono andate proprio così. Prosegue Oliva: “Il regime fascista ha usato la violenza ma anche il controllo dell’informazione, ha creato un consenso diffuso nel Paese grazie a una classe dirigente complice fino all’ultimo giorno. Un caso per tutti: “Mussolini nel ‘31 obbligò i professori universitari a giurare fedeltà al regime. I libri di storia citano il nobile esempio di coraggio dei 12 docenti che si rifiutarono. Questo però non autorizza a dare l’immagine di un’università contraria al regime. Quell’anno i professori universitari erano 1848 e se 12 si rifiutarono di giurare, altri 1836 accettarono”.

Ecco il punto: “Non abbiamo fatto i conti con il passato. Abbiamo rimosso ciò che è scomodo. Non si è mai parlato della guerra scatenata accanto ai nazisti tra il ‘40 e il ’43; dei crimini di guerra che gli italiani hanno commesso in Jugoslavia, in Grecia, in Albania; delle foibe, degli esuli giuliano dalmati. L’immagine del fascista è sempre stata quella del repubblichino, mai quella di quanti nel ventennio ebbero ruoli, esercitarono potere, lucrarono profitti”.

Ma cosa significa fare i conti con la storia?

“Vuol dire spiegare ai giovani che le cause di quanto accaduto sono da attribuire a una classe dirigente – intellettuali, scrittori, giornalisti, professori universitari – complice del regime. Questo permise la creazione di una generazione di fascisti. Fare i conti col passato significa rendersi conto dei meccanismi che hanno generato le dittature. L’olio di ricino e il confino del fascismo, le camere a gas e i forni crematori del nazismo, oggi sono pericoli lontani. Ma il controllo dell’informazione e il controllo della formazione, tipici del fascismo, sono rischi sempre presenti; il vero antidoto è capirli e affrontarli. E poi bisogna introdurre nel presente il concetto di responsabilità. Un esempio: in questi giorni ministri e politici si augurano che Air France entri nel capitale di Alitalia in modo significativo. Alcuni di essi, qualche anno fa si schierarono contro quell’ipotesi per difendere l’italianità di Alitalia. Capisco che uno cambi idea. Ma almeno chieda scusa per aver detto cose sbagliate prima. E poi, ci sta che uno cambi schieramento, passi dal centro destra al centro sinistra o viceversa, ma almeno faccia un passo indietro per rispetto ai suoi elettori!”

E’ di pochi giorni fa il caso di Erik Priebke; viene da pensare che siamo riusciti a gestirlo meglio quando era in vita che non dopo la sua morte.

“La morte di Priebke non ha suscitato in me alcuna emozione, alcun dolore, alcuna gioia. Doveva essere sepolto in modo anonimo. Si è riusciti, da una parte e dell’altra, a farlo vivere oltre la sua vita terrena. Ed stato un grosso errore commesso sia da chi ha voluto spettacolarizzare il funerale (l’avvocato, la famiglia) sia da quanti hanno contestato, ma anche dalle autorità, che avrebbero dovuto procedere con un funerale silenzioso, anonimo, segreto, per evitare tensioni e una pubblicità che il personaggio non meritava”.

I morti di Lampedusa, gli insulti al ministro Kienge perché donna e perché nera, questa politica inconcludente e rissosa. Ma in che razza di paese viviamo e dove stiamo andando? “E’ una domanda da 1000 punti. La classe politica vale poco ma è lo specchio, è il prodotto di un Paese in cui prevale il “voltagabbanismo” e le colpe vengono sempre scaricate sugli altri; dove si può dire tutto e il contrario di tutto. Le prospettive? A volte i Paesi risorgono in fretta e le generazioni nuove producono cambi positivi in tempi rapidi. L’Italia dell’8 settembre 1943 è l’Italia del silenzio e della confusione. Ma poi viene fuori l’Italia della Resistenza; che non è tutta l’Italia, è una minoranza; ma è quella che apre la strada alla Costituzione Repubblicana del ’48. Speriamo quindi che ci sia un sussulto, ma nella chiarezza. Basta con governi “di coalizione” che fanno venir meno il senso della democrazia. I governi devono essere espressione di una maggioranza e devono avere un programma. Oggi siamo in balia di una legge elettorale scellerata, cambiamola e poi vinca chi ha più capacità di creare consenso

Bruno Andolfatto