Esclusivo: intervista all’amminstratore della Plasticavi ALMESE – “Quando sono arrivato sapevo che l’azienda aveva qualche problematica, ma mai più avrei pensato al sistema di truffe in cui si è trovata invischiata. Paradossale: nel 2009 è arrivata a fatturare 14 milioni di euro, l’anno scorso c’erano ordini tra gli otto e i dieci milioni di euro, eravamo competitivi su un segmento di mercato specializzato, la tecnologia è all’avanguardia, la professionalità non mancava, eppure nelle casse della ditta non c’era più un soldo per acquistare materie prime. Zero liquidità”. Sceglie di parlare Massimo Mancin, da maggio 2011 amministratore della Plasticavi, la ditta di Almese specializzata nella costruzione di cavi elettrici e per le telecomunicazioni finita nel mare burrascoso di una maxi truffa da 226 milioni di euro, a cui si aggiungo 56 milioni di iva non corrisposta. Prima di lui, da settembre 2009 a dicembre 2010, ad amministrare la Plasticavi era Claudio Gabriele Belforte, che l’acquistò nel 2004 e che oggi è in carcere, accusato insieme ad altre tredici persone – tra commercialisti, immobiliaristi, consulenti e segretarie – di aver architettato un mega piano di evasione fiscale. Coinvolte 83 società, usate solo come copertura, e aziende letteralmente svuotate e mandate in fallimento, tra cui la stessa Plasticavi. A farne le spese la settantina di dipendenti che da agosto dell’anno scorso non vedono più lo stipendio. Massimo Mancin spiega quanto accaduto calpestando i 30 mila metri quadrati di stabilimento desolatamente vuoto da dicembre. Ferme le macchine, spenti i computer, sigilli alle porte, per non parlare degli operai che arrivano, timbrano il cartellino e passano le giornate a guardarsi in faccia perché lavorare, senza materie prime, è impossibile. Uno scenario desolante e quasi irreale. “Se non venissero perderebbero le agevolazioni degli ammortizzatori sociali” motiva Mancin, mentre mostra quel poco che rimane dei prodotti della Plasticavi e una richiesta di un fornitore da 400mila euro arrivata da poco. Solo carta, per ora. La data che difficilmente dimenticherà è il 23 novembre 2011 quando, alle 8 del mattino, 23 finanzieri hanno bussato alle porte della ditta di via Rivera. “In realtà problemi già ce n’erano, tra cui quattro mesi di stipendi arretrati, e per questo mi ero già avvalso di un avvocato nella stesura di una prima analisi, a luglio” continua Mancin. Ma il blitz della Finanza ha scoperto il vaso di Pandora anche della Plasticavi: una sede legale a Roma inesistente, perdite dichiarate non reali, materiale rivenduto deprezzato, altro materiale in conto deposito mai pagato e via dicendo. Un modus operandi buono solo per avere soldi in modo facile e veloce, e per far affondare l’azienda nel giro di poco. Ora l’unica strada percorribile, intrapresa all’unanimità da amministrazione, sindacati e dipendenti, è quella del fallimento. Proprio oggi, 15 marzo, il Tribunale di Torino dovrebbe dare l’ok o meno all’analisi prefallimentare. “Se così fosse, sarebbe già un primo passo perché il curatore fallimentare potrebbe sbloccare una serie di questioni a cui io non posso porre rimedio – spiega ancora l’amministratore – Ma non è finita qui: in un normale iter di fallimento, l’azienda viene valutata e messa sul mercato. Nel caso della Plasticavi, tutto è incerto, non essendoci una società di riferimento ed essendo invischiata in uno scandalo di queste proporzioni”. Eppure i possibili acquirenti non mancherebbero perché la Plasticavi rimane una ditta dalle alte potenzialità: “Ci sarebbero tre gruppi interessati, tedesco, italiano e italo-brasiliano – svela Mancin – Ma chi si azzarda a investire in una situazione in cui, da un momento all’altro, la Procura o il magistrato potrebbero rifarsi pignorando i beni per colmare la maxi evasione? L’incertezza regna sovrana fin quando non si avrà la sentenza del Tribunale, l’unico che potrà valutare la posizione della Plasticavi rispetto a tutta questa vicenda”. Un ruolo non certo facile quello di Massimo Mancin in questi mesi: “Ogni giorno la trama della truffa si infittiva sempre più, ho bussato alle porte delle istituzioni, ho cercato di salvare il salvabile e di fare in modo che la situazione non degenerasse, mantenendo il clima meno teso possibile”. Dall’altra parte ci sono dipendenti estenuati, quelli della Plasticavi come quelli dell’Ages di Santena, altra ditta legata al nome Belforte e alla sua cricca. Dipendenti che da mesi non ricevono un soldo in nome di una sete di ricchezza senza scrupoli.

Anita Zolfini Descrizione dell'allegato