Luigi Vayr è benemerito per la riscoperta del valore e del significato del patois “Rappresentanti di tutte le associazioni del paese, insieme ai Combattenti, alla Banda, agli Spadonari e alle donne in costume tradizionale e all’amministrazione comunale, sono qui per festeggiare il tuo traguardo dei 100 anni Gino.

E’ l’abbraccio di tutto il paese nei tuoi confronti”. Così domenica 7 novembre il sindaco Nilo Durbiano ha salutato il poeta centenario Luigi Vayr, conosciuto in paese come Gino.

Dopo la festa del IV novembre (una data che è anche quella della sua nascita, nel 1910) tanti Venausini sono saliti alla borgata Rivo a portare il loro saluto al compaesano pi๠anziano in assoluto.

Cento anni portati in modo splendido, con Gino che si è seduto sotto a un piccolo patio che ha fatto da palco. Qui dopo aver ascoltato il saluto del sindaco, ha tolto l’elastico che tratteneva alcuni fogli e ha iniziato a recitare una poesia.

La sua ultima composizione, essendo stata scritta da lui apposta per questo festeggiamento organizzato dal Comune. Un componimento in italiano, lingua che Gino adopera bene quanto il dialetto venausino e il piemontese (“e il francese!” sottolinea).

Luigi Vayr è infatti un poeta che ama il patois e ha scritto pi๠di cento poesie in tale parlata. Per questo impegno “iniziato quasi trent’anni or sono, aggregando man mano anche altri venausini nella passione della riscoperta del proprio patrimonio culturale e delle tradizioni” ha detto il sindaco Durbiano “va il ringraziamento dell’amministrazione e della comunità  di Venaus”.

Tra le foto-ricordo dei festeggiamenti, sono infatti state scattate immagini sia di Gino con Adolfo Ettore Marzo, sia di lui con tutto il gruppo (oltre Adolfo, Vincenzo Bonelli, Ettore Caffo, Ezio Caffo, Savino Chiapusso, Rita Marzo, Anna Maria Rumiano, Franco Rumiano, Cinzia Vayr, Gabriele Vayr) che dal 1972, chi in modo costante, chi in tempi diversi, nell’ambito della Pro Venaus è intervenuto collaborando in questo sforzo di riscoprire la parlata venausina, una ricchezza che rischiava di andare perduta.

A lui, forse il pi๠anziano poeta dialettale del Piemonte, è stato dedicato nel 2007 il convegno “Da Jean Baptiste Cerlogne a Luigi Vair”.
La sua vita, dopo una parentesi da ragazzo in collegio in Francia, a Ventimiglia e Viterbo, è trascorsa in gran parte a Venaus, dove è stato agricoltore e taglialegna e poi ha lavorato presso i cantieri e infine all’Enel.

Una vita raccontata a spizzichi attraverso le sue poesie “poiché era mio intento scrivere solo per i miei di casa (figlie, nipoti, pronipoti, e, perché no, per le generazioni future) affinché potessero sapere dei loro avi, nelle poesie parlo spesso di me stesso, dei miei gusti, dei miei punti di vista” ha scritto nella prefazione del testo “Poeszies en moda Veno” pubblicato alcuni anni or sono.

E proprio con la poesia “Catrà´ nà´vouèmbrà´ milà«nà´hà¢nn e dis”, Ettore Adolfo Marzo, ha descritto in versi la vita di Gino. Dice Ettore Caffo che “ad un’analisi attenta nelle poesie di Gino si ha una fotografia in versi di Venaus negli inizi del XX° secolo e del mutamento del paese”.

Aggiunge che “tra le varie considerazioni che possono essere fatte sull’opera di Luigi Vayr (Gino) una che ho dedotto, dal momento ho anche condiviso i lavori e le fatiche che si svolgono in montagna, è quella che traspare nella buona parte delle sue poesie cioè l’influsso della tecnica a sollievo delle fatiche che un tempo richiedevano i lavori e la vita di montagna”.

Spiega Caffo che “Luigi Vayr ha visto queste fatiche alleviarsi passo dopo passo, come nella poesia dove parla dei fili a sbalzo (primo intervento della tecnica nel far scendere a valle il legname ed il fieno).

O i riferimenti alle piste forestali decantate in pi๠poesie, che annullano le percorrenze lungo le mulattiere. Ancora la tecnica che viene in soccorso del lavoro di disboscamento, nella poesia dove descrive l’ascia (“La pià´l࢔) e, sul finire, lascia lo spazio nell’ultima quartina alla citazione del “motosega”.

In una serie di poesie come “Nà´s dà« mà´ntignà«” noi di montagna, “Sà« tà« fe là´ campagnin” se fai il contadino, “Nà´hra dzà´rnaià«” la nostra giornata ed altre ancora delineano a volte in modo diretto ed altre indiretto le condizioni di vita ed il loro mutamento del Novecento”. Un secolo che è stato la sua vita e che ora lui può raccontare, testimone centenario, nel nostro XXI secolo.
Significativa una fotografia di domenica 7 novembre, in cui ci sono lui, di100 anni, il sindaco, di 50, e due bambini di nemmeno un anno.

Auguri Gino, e grazie per il tuo dono!

A.B. Luigi Vayr