Un racconto di Francesca Carla Balbo Barone Forse era il mese di marzo, i primi giorni di marzo del ’45 quando, con mia mamma che mi teneva per mano, feci il mio primo viaggio in treno.
Avevo da poco compiuto quattro anni, mia mamma doveva avere il mio fratellino; a Vaie, dove ero nata io, mia nonna non poteva venire per assistere mia mamma, così, eravamo andate noi, io e mia mamma a via Piana di Govone, a casa dei miei nonni e zii. Ricordo che avevamo fatto a piedi la strada da Vaie a Sant’Antonino dove c’era la stazione. Ricordo la strada di Cantarana che è a metà  strada tra Vaie e Sant’Antonino. Mia mamma aveva una valigia dalla mano destra con la sinistra teneva stretta la mia. Ad un certo punto, avevamo incontrato una donna di Vaie che aveva chiesto a mia mamma dove stava andando e lei aveva risposto con le lacrime agli occhi: “Vado dai miei, a Govone, cosa vuole, c’è la guerra e se voglio avere questo figlio con un po’ di assistenza devo fare questo viaggio”. Mio padre, allora, aveva un negozio a Vaie di macelleria e salumeria non poteva assentarsi per accompagnarci a Govone. Ricordo il viaggio in treno come un’avventura: guardavo dal finestrino tutta contenta: “Mia mamma, guarda nel prato, le mucche! C’è anche un cavallino”. Questi paesaggi che si susseguivano velocemente mi facevano stare “incollata” al finestrino. Fino a che già  ad un certo punto, il treno cominciò a rallentare, andava pianissimo perché stava passando sul ponte del Po, e io, guardando già¹, incominciai a tremare e a piangere, per la paura gridando: “Mamma, aiuto! Andiamo già¹, adesso il treno cade nell’acqua, cade, andiamo gi๠tutti!”. Mia mamma mi aveva preso in braccio, aveva messo la sua mano sui miei occhi dicendomi: “Ma non guardare! Non c’è niente da avere paura, fra un po’ il treno avrà  superato il Po, e poi sei con me, non avere paura”. Mi ero rassicurata solo dopo. Quando dal finestrino vedevo di nuovo i meravigliosi paesaggi: prati, alberi, fiori, paesini, piccole costruzioni raggruppati fra di loro e poi il rumore del treno: tu-tum-tu-tum era un mondo da scoprire.
Alla stazione, di Asti, all’arrivo, c’era mio zio “Gnele”, Daniele, ad aspettarci con il calesse e “Baci” il suo cavallo preferito. C’era una leggera foschia, con un plaid sulle ginocchia, sedute sul calesse stanche ma felici percorrevamo la strada che ci separava dalla nostra meta. Mi piaceva sentire l’odore acre, del cavallo, mi piaceva guardare la campagna, le vigne, i prati, le gaggie, e mio zio che faceva schioccare in alto la frusta: clops clop, e diceva ridendo: “Vedi Carla, come sono bravo?”. Finalmente, arrivammo a via Piana, a casa! Quante feste! Baci, abbracci, tutti i miei zii, zie e nonni erano davanti alla cascina ad aspettarci! Ero felice! Mi sentivo circondata dall’affetto, dall’amore, mi sentivo bene! Nei giorni successivi volli andare all’asilo che si trovava proprio di fronte alla cascina dei miei nonni. L’asilo era gestito dalle suore di San Vincenzo, quelle con il cappello bianco con le ali. Le ricordo tutte: suor Luisa che suonava l’armonium e ci insegnava le canzoncine, due si chiamavano Suor Maria, e curavano i bimbi pi๠piccoli, poi suor Angela, molto bella, e noi bambini ci chiedevamo perché mai era diventata suora invece di sposarsi con uno bello come lei. Poi, la pi๠simpatica, e divertente era suor Vincenza, piuttosto grossa di corporatura, con un faccione tondo e un sorriso che valeva un Perà¹! Lei era addetta alla cucina, all’ora di pranzo arrivava nel refettorio con un carrello e il pentolone della minestra: “Chi ne vuole tanta? Oggi è buonissima, è speciale questa minestra di riso!”. Veramente, era sempre quella Una pappona di riso scondita, ma a me piaceva moltissimo e a volte facevo il bis, quando suor Vincenza, chiedeva: “Chi ne vuole ancora un po’? Ne è rimasta qualche scodella” Che bello, andare all’asilo! Il 21 di aprile venne a prendermi mia zia Pinuccia, dicendomi: “Carla, oggi tua mamma è andata al mercato, e… Ora è già  a casa, ti ha portato il fratellino”. Una volta, si sa i bambini li portava la cicogna, nascevano sotto ad un cavolo, oppure si compravano al mercato. Almeno questo, è quanto si raccontava ai pi๠piccoli. Io, tutta felice, volevo andare a vedere questo mio fratellino, ma mia nonna Ginota, Maria Teresa, si affacciò ad una finestra e disse a mia zia: “Porta Carla a mangiare le ciliegie in fondo al prato, ora non può salire in casa perché la mamma è stanca vi chiamerò io!”.
La cosa strana, era che solo il giorno prima mia nonna mi aveva detto di non mangiare le ciliegie perché non erano mature, bisognava aspettare ancora venti giorni, e oggi all’improvviso, come erano maturate? Durante la notte? Feci notare questa cosa a mia zia Pinuccia e lei ridendo disse che invece di mangiare le ciliegie ne avremmo fatto degli orecchini, perché le ciliegie, due attaccate insieme dal piccinolo, si prestano per essere appoggiate alle orecchie. E così, quando ci chiamò mia nonna salimmo le scale di corsa, fino all’ultimo piano. Con grande emozione nonna Ginota ci fece entrare nella camera dove mia mamma con un sorriso dolce teneva vicino a sé nel grande lettone, mio fratellino. Era bellissimo! Un faccino rotondo, pochi capelli neri una bocca piccolina, insomma, era il primo neonato che vedevo, ma, pensandoci ora, mi sembra di non aver mai pi๠visto un bimbo così bello.
Nonna mi aveva detto che di lì a pochi giorni, avrebbero fatto, battezzare Paolo, e poi ci sarebbe stata una bella festa, avrebbe fatto anche i “torcet” che sono dolci tipici del posto.
Il 25 di aprile, ricordo delle musiche, gente che suonava la fisarmonica alcuni il clarinetto, le persone si abbracciavano, si baciavano e gridavano: “E’ finita la guerra, è finita!”. Io, non capivo pi๠se tutta quella festa era dovuta al fatto che era nato mio fratellino o per altro, tanto che avevo chiesto a nonna Ginota: “Nonna, ma tutti fanno festa perché è nato Paolo, vero?”.
Mia nonna si era asciugata gli occhi con un lembo del grembiule e mi aveva risposto: “Cust matutin qui a l’ha purtà  la pà s. Speruma chi ij omm as s’anvisu: mai pì guere, mai pì!”. Questo bambino ha portato la pace. Speriamo che gli uomini si ricordino: mai pi๠guerre, mai pià¹!”.
Era il 25 aprile 1945 (Francesca Carla Balbo Barone) Febbraio 1945. Francesca Carla Balbo Barone con la mamma