Emozione e gioia nel presbiterio segusino che si stringe attorno al suo confratello per il suo giubileo sacerdotale Prete da settant’anni. Si fa in fretta a dirlo, ma a pensarci dà  un’emozione unica. Era il 23 settembre del ’39. Tanto per intenderci, un mese prima la Germania di Hitler e la Russia di Stalin avevano firmato il patto Ribbentrop-Molotov e pochi giorni dopo con l’invasione della Polonia iniziava la Seconda Guerra Mondiale.
Questo è il quadro di riferimento. Don Rinaldo, quando ricorda la sua ordinazione, non può però non raccontare che doveva essere ordinato già  nel mese di febbraio, ma non arrivò la necessaria dispensa da Roma, per la sua giovane età  ed ecco allora questo rinvio forzato a settembre. E perché non arrivò, quella dispensa? Perché l’allora Cancelliere della Curia, il can. Oliva, non spedì per tempo la lettera. Ma la classica immaginetta che ricorda l’ordinazione era ormai fatta . Che fare, come rimediare? Una riga sopra la vecchia data, con l’annuncio della nuova.
La sua prima e unica vicecura fu ad Almese, con il vecchio pievano. Quelli davvero eran tempi. Il “vice” doveva celebrare alla domenica la messa “granda”, il pievano faceva la “predica”. Il vice era a digiuno dalla mezzanotte e la predica del pievano era sempre lunga, tanto, troppo lunga… finché un giorno… ma questo lo lasciamo nella penna.
L’Italia entra in guerra e don Trappo, mai riluttante al servizio, parte come cappellano militare. Sul quaderno dei ricordi ci sono la Campagna d’Albania, poi il Fronte greco, poi ancora quello jugoslavo. Rientra con il suo battaglione, il Ceva, e poi subito via per il fronte russo, con l’ARMIR. La ritirata di Russia è la storia segreta, drammatica che don Rinaldo conserva nel suo cuore; pagine mai scritte. (Ma adesso qualcosa c’è, si può ascoltare nella Banca della Memoria) . Torna in Italia con poco meno di cinquanta uomini, è il maggio del ’43. Davvero grande, tenente Trappo! Ma la Guerra continua, ed eccolo allora sul Brennero dove vive il suo 8 settembre. Fatto prigioniero, viene deportato in Germania. Gira per sette campi e rientra in Italia solo il 9 settembre del ’45. A Liberazione oramai avvenuta.
Ma don Rinaldo è un “moto perpetuo”, non può star fermo. Così ritorna all’estero, in Francia, Belgio, Svizzera , Germania tra gli italiani emigrati in cerca di lavoro. Gli ultimi per lui non sono una leggenda cristiana, ma uomini da amare. La salute lo obbliga però a rientrare in Italia e fa il “maestro” nelle scuole elementari. Vive a Bussoleno, il suo paese natale, con la sorella. Quando resta solo, perché la sorella sale in Cielo, ritorna a Susa, in Seminario. Sul suo petto la medaglia al Valor Militare, tre Croci di guerra, le onorificenze prima di Cavaliere e poi di Commendatore. Anche la Chiesa lo onora con il titolo di monsignore conferitogli da papa Giovanni Paolo II.
Adesso, da alcuni anni, vive nel cuneese, che è un po’ la sua seconda patria. Lo spirito è quello di sempre, indomito. Quand’ero viceparroco, ricordo uno scontro memorabile, tra lui e un confratello. Lui è del ’17 e l’altro era del ’19. Lo apostrofò così: “Giovanotto..”. Proprio don Trappo. Frangar, non flectar. Ma un prete straordinario, che non ha mai lesinato le fatiche. Grazie don Rinaldo, a nome dei tanti, tantissimi tuoi amici. E se non ti spaventa l’augurio, ricevi il nostro corale “ad multos annos”. don rinaldo trappo