Problemi alla fauna della valle dopo le recenti (e forti) precipitazioni. Numerosi esemplari deceduti per mancanza di cibo e per malattie Le bocche dei funzionari della Provincia e della Regione sono ancora cucite, e forse solo nel fine settimana emergerà una presa di posizione ufficiale. Il rischio mediatico di sembrare istituzioni ”insensibili” alla morte dei teneri Bambi è alto, e si vuole andare con i piedi di piombo. Sta di fatto che il problema degli animali ungulati (cervi e caprioli soprattutto) che stanno morendo a decine nei boschi della Valle, per le grosse nevicate, fa discutere. Slavine nella zona di Exilles e di Bardonecchia ne hanno travolti varie decine. Altri sono rimasti bloccati nella neve, o in zone dove ormai non possono più rosicchiare piante e cellulosa. C’è chi vorrebbe un intervento diretto da parte dell’uomo, con la distribuzione diretta di mangime, fieno o quant’altro, anche tramite l’utilizzo di elicotteri a bassa quota. A chiederlo, da varie parti della Provincia di Torino, sono soprattutto le associazioni ambientaliste. Ma non solo. Perché nell’opinione pubblica il fattore emozionale del vedere immagini di caprioli immersi fino alla testa nella neve, o di cervi che muoiono di fame e di stenti bloccati nei boschi, inducono ad una mobilitazione. E soprattutto nell’ultimo fine settimana, a Oulx e Bardonecchia si sono visti esemplari di cervi che hanno trovato riparo nei cortili delle ville, o nei cantieri vicini al centro paese (vedi servizio a pagina 11).
Il parco di Salbertrand: ”La moria fa parte dell’equilibrio naturale”
Ma, a scanso di sorprese, non sarà consentito alcun intervento umano per la fauna valsusina e piemontese. No al lancio di mangime dagli elicotteri, no al fieno lasciato nei boschi. La decisione sarà ufficializzata dall’Osservatorio Faunistico della Regione Piemonte appena saranno emersi anche dati più precisi sulla moria di cervi e caprioli a causa delle grosse nevicate. E la posizione di ”non intervento” è sostenuto anche dagli addetti ai lavori istituzionali della Valle di Susa. ”Sicuramente ci sarà una notevole moria di ungulati, non solo qui, ma in tutto l’arco alpino – spiega il presidente del parco Gran Bosco di Salbertrand, Massimo Garavelli – ma fa parte dell’equilibrio naturale. Sinceramente, credo che questa sia una forma di selezione che c’è da sempre, l’alimentazione ed il soccorso da parte dell’uomo sarebbero una forzatura. Salvo ovviamente i casi eccezionali di intervento, credo che si debba preservare nel parco questa forma di equilibrio naturale. In realtà per noi il problema grosso sono le centinaia di piante cadute lungo la strada che porta al rifugio Seu, anche questo è avvenuto a causa delle neve: ci vorranno mesi di lavori di ripristino”. Quindi, secondo il parco Gran Bosco, l’uomo non deve metterci mano: ”La moria sfoltirà l’attuale numero di cervi e caprioli, così come in passato c’era stato un aumento della riproduzione di questi animali, proprio perché non nevicava più, o nevicava meno”.
Cervi e caprioli: come muoiono nella neve
Quando nevica, gli ungulati scelgono zone molto boscate, sotto grandi piante, e scelgono di non spostarsi dal luogo ove si trovano, attendendo la fine delle precipitazioni. Per natura, hanno delle riserve di cibo accumulate nel loro grasso, che gli permette di vivere senza mangiare per svariati giorni. Successivamente, si spostano poco per volta, fino a quando non trovano cibo. Ma nel caso di questo inverno, le nevicate continue e ripetute di dicembre hanno disorientato gli animali, che si sono così trovati in molte situazioni ”intrappolati” nel bosco. Senza contare le slavine improvvise che hanno travolto ovviamente tutto quello che trovavano davanti, sia piante che bestie. Oppure muoiono lentamente, esaurendo tutte le risorse di cibo accumulate durante i mesi autunnali. La selezione è ovviamente naturale: a rimetterci sono soprattutto i cervi deboli ed anziani. I camosci e gli stambecchi invece sono meglio attrezzati dalla natura nel fronteggiare le forti nevicate, così come i cinghiali sono scesi di quota per sopravvivere.
La posizione dei cacciatori
Vari enti, come il servizio tutela Fauna e Flora della Provincia di Torino, il parco Gran Bosco, e i cacciatori dell’Alta Valle (Comparto Alpino To2) hanno chiesto che posizione prenderà sul problema l’Osservatorio Faunistico Regionale: l’unico a dover decidere se ci vuole l’intervento umano oppure no. Le aziende faunistico venatorie (quelle dei cacciatori), dal canto loro, vedono anche il rischio che la morte di troppi ungulati causi danni economici, oltre che avere conseguenze sul numero di animali che si potranno cacciare nella prossima stagione della caccia. ”Istintivamente, il primo pensiero che mi è venuto in mente è stato quello di acquistare del fieno come Comparto Alpino To2, e di buttarlo nei boschi con gli elicotteri. Avevo chiesto già la disponibilità a Sauze d’Oulx – spiega il presidente dei cacciatori altovalsusini, Mauro Meneguzzi – perché è umanamente comprensibile che si voglia intervenire per aiutare gli animali, e non farli morire di fame. Noi eravamo anche disponibili ad intervenire economicamente, però prima di farlo ci siamo rivolti agli enti preposti, per capire cos’è giusto fare per il bene degli animali e dell’ecosistema. Non ci sono arrivate ancora risposte ufficiali, ma dall’Università e dalla Regione ci hanno spiegato che l’intervento dell’uomo sarebbe più un danno che un beneficio per gli animali”.
I danni che sarebbero causati dall’aiuto dell’uomo
Quali sarebbero i danni nel dare da mangiare a cervi e caprioli? ”Innanzitutto questi animali hanno una flora batterica particolare, adatta solo per digerire il cibo reso disponibile dalla natura in questo periodo: quindi la cellulosa, cortecce di piante e certi tipi di vegetali – risponde Meneguzzi – Sono animali che in questo periodo mangiano quasi niente. Se all’improvviso diamo a loro delle balle di fieno, dopo 20 giorni di digiuno, c’è il rischio che o non le mangino, oppure che ne mangino non riuscendo ad assimilarlo, e morendo di indigestione o di abbuffata”. Ma non è solo questo il problema: ”Si corre anche il rischio di diffondere malattie. Il cervo ed il camoscio, ad esempio, sono soggetti in questi periodi alla polmonite batterica. Se viene accumulato del cibo tutto in una stessa zona dei boschi, e lì si spostano tanti cervi per mangiare, se anche solo uno di questi è ammalato, trasmetterà la propria patologia anche a tutte le altre bestie, causando anche delle epidemie”. Insomma, la risposta che hanno dato gli esperti inducono al non interventismo. Ma siamo sicuri che di questa situazione non ne stiano approfittando dei bracconieri, che vanno alla ricerca delle bestie bloccate dalla neve o indebolite, per cacciarle più facilmente? ”Chi fa queste cose non è un cacciatore, ma un delinquente e va punito dalla legge – risponde Meneguzzi – il vero cacciatore non farebbe mai una cosa simile. Anzi, siamo stati i primi noi a chiedere alla Regione di interrompere la stagione della caccia in anticipo. E’ una questione etica”. Sembra quindi che la linea dell’assistenza e del foraggiamento non passerà, e sarà bocciata dalla Regione. La natura, che non è buona né cattiva, farà così il suo corso. cervo