Continua il viaggio nei nostri paesi: dalla “Maschera di ferro” al vino di Isiya, Giorgio Brezzo ci porta alla scoperta delle storie dell’alta valle. Chissà  perché, viene da pensare al villaggio di Asterix…Qui non è l’Armorica, infatti, ma già  alta valle di Susa. Però qualche similitudine ci dev’essere.

Siamo ad Isiya, alle cinque della sera di un sufficientemente caldo giorno di primavera. Isiya è il termine occitano per dire Exilles, un paese anche chiamato -durante il ventennio nero- pi๠italianamente Esille, senza contare il piemontese Isiles. Di galli, intesi, come uomini, neanche l’ombra, ovviamente. C’è però la guarnigione.

Non romana, ma savoiarda, almeno da quando, nel 1155, i conti d’Albon esercitavano il controllo militare e strategico su tutta la zona. E da quale fortezza? Dal celeberrimo forte, uno dei monumenti pi๠antichi della Valle, già  esistente al tempo di quei signori. Un castello : cosiddetto- “di strada”, al sommo di un’asperità  che consentiva uno sguardo sulla via che dal Piemonte portava in Provenza attraverso il Monginevro.

Un luogo mitico per tanti, ma soprattutto un teatro d’avventure sottocasa per chi in Valle è nato e ci vive. Nel cinquecento, le opposte fazioni cattoliche e riformate se lo contendevano, visto che entrambe ambivano ad avere in mano i destini del Delfinato. Nel seicento passò da castello a fortezza bastionata, praticamente una prigione, ed infatti vi venne rinchiuso lo sconosciuto personaggio passato alla storia (ed alla leggenda) come la “Maschera di Ferro”.

Che sia stato un consanguineo del re di Francia? Mille teorie, alcune anche astruse, sono state espresse per tentare di dipanare il mistero. Ma sicuramente doveva essere diverso da quel Leonardo Di Caprio che ne vestì i panni e l’obbligatoria celata metallica in un famoso film.

Il Forte venne poi distrutto dai francesi alla fine del 1700, per poi essere ricostruito tra il 1818 ed il 1829, ricalcando l’assetto formale e difensivo della fortezza settecentesca. I soldati, però, se ne andarono veramente da lì dentro soltanto dopo l’8 settembre del ’43. Il forte iniziò così la sua parabola discendente, bloccatasi soltanto nel ’78, quando finalmente interviene la Regione Piemonte.

Il forte ed il suo paese: come pensarli divisi? Ci inoltriamo nell’abitato, e subito siamo colpiti dai vicoli tipici dell’architettura di montagna medievale e dalle scale, che ripide s’inerpicano verso terrazzamenti nascosti, e che un po’ richiamano il carruggio ligure.

L’ambiente circostante è quello che accomuna i paesi dell’area occitana. A sancire il peso autentico di quest’impressione, è poi la bandiera rossa con la croce d’oro che sventola al di sopra dello sguardo sornione che ci riserva un anziano, accoccolato su una delle panche di legno che costeggiano via Roma, l’arteria che attraversa tutto il paese per lungo.

A mezza strada, salendo subito dopo la chiesa e piazza Vittorio Emanuele, dove c’è il lavatoio, la fontana ed il palazzo comunale, abita Michelangelo Castellano, il sindaco. Primo cittadino per dieci anni a partire dal ’95, il geometra Castellano (nomen omen, visto che c’è il forte) è tornato in sella dopo che la tragica scomparsa del suo predecessore, Gianfranco Joannas, vittima di un incidente in montagna. Così è lui oggi a raccogliere, ancora una volta, l’eredità  di Paolo Sibille, il grande sindaco degli anni settanta ed ottanta, democristianissimo ed intimo di Andreotti.

Il paese vive anche grazie ad un’accorta opera di risanamento del bilancio comunale, anche se, -dice Castellano- “la minoranza consiliare ci rimprovera la mancanza di fantasia“. Ma qualche progetto sta per andare in porto: ad esempio, quello di una centralina idroelettrica sull’acquedotto comunale, per cui sono già  stati reperiti i finanziamenti e che, entro la fine dell’anno, dovrebbe divenire realtà .

E poi c’è il patto stipulato dal comune con l’Iride, ed anche con Susa, Chiomonte e Salbertrand, per il recupero ed il rilancio dei vecchi impianti idroelettrici, soppiantati da Pont Ventoux, con la creazione di itinerari naturalistici, ossigeno per il turismo, ma anche per le casse comunali, visto che il ripristino delle strutture vorrà  anche dire nuova energia a disposizione, e per di pi๠pulita. Si spera anche nell’azione di una società  privata, che dovrebbe a sua volta dare vita ad un’altra centrale che, prendendo le acque dalla borgata montana Grange della Valle, le convoglierà  fino al ponte di San Colombano.

E parlando di montagna, è stato anche richiesto il contributo alla Regione per mettere in sicurezza le pareti di roccia in frazione Molliere, operazione che potrà  garantire lo sviluppo della borgata. E poi, c’è l’economia portata dal Forte. Il sindaco dice che, come exillesi, si vorrebbe fare da credibili interlocutori tra i gestori del monumento, e dunque il Museo della Montagna di Torino, che opera in loco dal 2000, per conto della Regione, ed il territorio.

Insomma, non si vorrebbe subire “troppo” le iniziative altrui, ma anche proporne di proprie, legate alla Valle, eventi in cui questo territorio sia davvero e sempre pi๠protagonista. E le attività  economiche? Tra negozi ed altro, si arriva a malapena alla decina di esercizi, ma bastano ed avanzano. E poi, afferma Castellano, “grazie al forte sono cresciuti gli agriturismi, c’è il bed & breakfast, il locale di piazza Europa…“.

Las vita associativa è quella tipica di montagna; due bocciofile, la pro loco, gli Alpini, gli Amici del Cels. Tra le particolarità  del momento, c’è la decisione del comune di affrancare l’uso civico dei terreni che, in epoca passata, la municipalità  aveva affidato ad allevatori e pastori, i quali avevano avuto anche l’opportunità  di costruire su quei siti capanni, stalle e piccole abitazioni: “Adesso, in cambio di pochi euro, questi privati potranno diventare i veri e propri proprietari delle aree dove avevano portato le bestie ed avevano anche edificato. Si tratta di un passaggio culturale storico, da un’epoca all’altra, una restituzione, il riconoscimento attuale di un antico patto tra uomini della montagna“.

Progetti futuri? Il lancio di un piccolo laboratorio di restauro di mobili antichi, idea che era già  balenata agli amministratori di qualche tempo fa, e la partecipazione attiva ad un vero sistema con i comuni turistici dell’alta valle, quelli dello sci: “A noi interesserebbe il turismo culturale, da parte di quei visitatori che amano andare oltre la neve, e che vogliono conoscere perchè apprezzano la storia“.

Il paese non è cresciuto negli ultimi anni, se non di qualche sensibile unità  nelle frazioni (tipo San Colombano) e si è attestato intorno la cifra di poco inferiore alle trecento persone. Ed i giovani? Che fanno in montagna? Tra le novità , la nascita dell’Azienda Vitivinicola Isiya, di Enrico Cibonfa, che, giovanissimo, si è messo a curare la vigna ed a produrre vino locale, nella zona della Sara (detta anche Cota), tra Cels e strada statale.

Ripercorriamo a ritroso via Roma, non senza incrociare un piccolo gregge di pecore con tanto di pastore, e scendiamo finalmente ai piedi del Forte. E’ proprio questa “location” che Mario Monicelli scelse, all’inizio degli anni ottanta, per girare il suo ennesimo spaccato di medioevo e comicità , dopo l’armata Brancaleone. Ed infatti, all’interno della storica roccaforte, ambientò buona parte del suo “Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno”, pellicola che schierava un team di prim’ordine: Ugo Tognazzi, Lello Arena, Alberto Sordi e Maurizio Nichetti. Durante le riprese del film (che uscì nell’84), il grande regista ebbe anche modo di redarguire un gruppetto di giovani comparse locali, addormentatesi irresponsabilmente sul set.

Suggestioni cinematografiche a parte, il forte offre oggi al visitatore due aree museali, con allestimenti all’avanguardia ed anche percorsi guidati all’interno del complesso. Un gigante di pietra squadrata, austera, difficile da conquistare. Qualcuno ha comunque provato a farlo, anche in epoca moderna. Le pareti strapiombanti della fortezza hanno infatti dato il “la” all’apertura di parecchie vie alpinistiche.

Memorabile l’impresa, testimoniata dalle stupende immagini del fotografo Guy Delahaye, del freeclimber francese Patrick Edlinger, autentica trasposizione dell’Uomo Ragno dai fumetti al mondo reale, che scalò il maniero, in tutte le sue parti, nell’anno di grazia 2002.

Giorgio Brezzo Exilles, il gusto Forte della montagna locandina Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno Exilles, scorcio Exilles, scorcio