Come cambia e cha obiettivi ha la missione italiana del XXI secolo? È un esercito di quasi 10mila inviati. Quelli che non si arrendono,resistono alla secolarizzazione che avanza e alla crisi vocazionale.

Affrontano un’inversione di ruoli tra Chiese sorelle che fa saltare antichi schemi e rinomina le priorità.

Sono laici,fidei donum, religiosi, suore, ma anche membri di congregazioni missionarie, vescovi e nunzi apostolici. Tutti italiani e tutti in missione. Nelle lontane terre d’Asia, America Latina, Africa, Oceania e nella vicina Europa.

A cavallo di uno tsunami economico e culturale che sempre più ridisegna le categorie di ricchezza e povertà, i nostri missionari oggi attraversano un periodo difficile. Si interrogano sui limiti geografici e sulle nuove dimensioni teologiche dell’andare ad gentes.

Scoprono frontiere prima inesplorate, vivono con meno protagonismi rispetto al passato, l’età media si è alzata a 63 anni. Ma confermano un impegno che richiede decisamente più coraggio, perché va oltre il tempo e la storia.

Ma chi è il missionario del terzo millennio? E chi è stato in passato? Personaggio epico ed eroico, iconograficamente riconoscibile dalla lunga barba bianca, esploratore di mondi esotici, fino ai primi anni del ‘900 andava a battezzare, a convertire, a salvare anime. Curava gli ammalati, assisteva gli orfani, i poveri e di fatto affrontava pericoli con l’urgenza di ‘salvare’ chi il Dio cristiano non lo aveva mai neppure sentito nominare.

Poche erano a quel tempole sfumature, pochissimi i dubbi nell’annunciare verità ‘assolute’. «I nostri anziani, e lo dico con grande rispetto e stima, partivano per terre lontane con l’idea di andare per gli altri.

Io parto invece per vivere con gli altri, perché missione è sempre reciprocità – dice Filippo Ivardi, 38 anni, appena ordinato tra i comboniani in Ciad – Per scoprire insieme il Dio che era già presente molto prima che arrivassimo noi…

Oggi missione è incontro, senza voler convertire o avere l’ansia di battezzare. La mia spiritualità è il Vangelo, ma per altri è il Corano». Eppure, anziché attrarre vocazioni la missione continua a perder pezzi. Perché?

NUMERI E CRISI VOCAZIONALE

Inutile nasconderselo: il numero totale dei missionari italiani già da qualche tempo è in calo.

Se nei primi anni ‘90, ancora sulle orme del Concilio Vaticano II, aveva raggiunto il record delle 20 mila presenze (un trend in ascesa che durava dal 1934), alla fine del 2008 il numero era sceso a poco più di 10mila.

Stando ai dati degli archivi storici nel 1934 l’Italia aveva 4.013 missionari nei territori di missione, 7.713 nel 1943, 10.523 nel 1954, 16.000 negli anni ’80, più di 20mila nel 1991.

Cosa è accaduto dunque dopo? Alla decrescita non troppo felice hanno contribuito diversi fattori: certamente il fisiologico calo demografico in Italia; una crisi vocazionale dettata da un’incalzante secolarizzazione e dalla delusione dei più giovani verso le istituzioni.

Ma anche una certa prudenza dei vescovi – ci fa notare più di un missionario – che tendono a rimandare le partenze temendo vocazioni giovanili non sempre solidissime. I dati dicono che il numero dei missionari laici è in costante aumento (erano 788 in totale nel 2008), mentre si assottiglia di anno in anno quello dei religiosi e delle religiose in missione.

Secondo i numeri forniti dalla Cimi (Conferenza degli istituti missionari) alla fine del 2008 erano circa 2.100 i membri italiani degli 11 istituti maschili e femminili che ne fanno parte (Pontificio Istituto Missioni Estere, Società Missioni Africane, Comboniani, Padri Bianchi, Verbiti, Saveriani, Missionari della Consolata, Nostra Signora degli Apostoli, Francescane Missionarie di Maria, Mariste e Suore dell’Immacolata).

Molto diversa è anche l’età dei laici in missione rispetto a quella dei religiosi: da una recente ricerca emerge che il 58,6% dei laici è sotto i 40 anni e meno di uno su quattro ha superato la soglia dei 50 anni. Il 55,7% è composto da donne e il 60% è coniugato.

Entrando nel dettaglio del nostro universo missionario, a partire dalle quattro categorie che lo rappresentano appieno, si intravede però anche la grande potenzialità che vibra ancora oggi sulla missio ad gentes.

Quattro tipi di vocazione

Forse la più epica delle figure rimane quella degli istituti missionari ad vitam.

Uomini e donne che vivono ai margini, tra guerre dimenticate e degradate periferie urbane; nei pressi di enormi discariche a cielo aperto o nei villaggi sperduti dell’Africa. Sub-sahariana, attenti alle necessità primarie e spirituali dei poveri.

Ma anche qui i numeri calano: ad esempio, i Comboniani italiani nel 1983 erano oltre 1.200, oggi sono circa 800. E l’età media è oltre i 60 anni. Mentre quelli del Pime sono oggi 495 di cui 392 italiani.

Ma nel 1983 erano 653 in totale. Segue la categoria degli istituti religiosi aventi missioni: dai Francescani, ai Salesiani, ai Gesuiti che pur non possedendo un carisma esclusivamente missionario hanno interpretato la missione come dimensione evangelica primaria. Sulle orme del loro fondatore, i figli di don Bosco, ad esempio, in tutta l’America Latina svolgono oggi un lavoro intenso di promozione umana ed istruzione; lavorano con i ragazzi di strada, costruiscono università e scuole professionali.

Per loro l’educazione è la chiave dello sviluppo. Altrettanto affascinante è la figura del fidei donum, ideata nel 1957 da Pio XII che gli dedica un’intera enciclica. È il sacerdote ordinato in una diocesi locale italiana che accetta di partire in missione, su volere del vescovo, per un certo periodo dia Conferenza degli Istituti missionari in Italia è compostempo.

Quando il Papa scrive, pensando in modo particolare all’Africa, in realtà le prime partenze erano già state orientate verso il continente latino-americano: si andava anche per accompagnare i migranti in particolare nelle grandi città dell’Argentina, del Brasile e Venezuela.

«Numericamente oggi si registra un calo rispetto al passato – spiega don Alberto Brignoli – se fino a 25 anni fa potevamo contare su un numero di circa 800 fidei donum italiani, l’80% dei quali in America Latina, oggi sono circa 500 di cui il 65% in America Latina».

Valorizzare il sacerdote che rientra è fondamentale, anche perché le parrocchie italiane non somigliano più a quelle degli anni ‘80: «Ritornare è spesso dura: non ci si riconosce più nella veste attuale della propria Chiesa d’origine. Gli oratori sono più vuoti, i giovani non riempiono più le chiese».

Ma la grande ricchezza del missionario diocesano resta: è quella d’aver conosciuto a fondo realtà ecclesiali differenti che possono arricchire la nostra fede o animare quella delle comunità dei migranti in Italia.

Infine, abbiamo, come accennato, la figura del missionario laico, incaricato di portare avanti progetti di sviluppo e di aiutare nell’opera di evangelizzazione della diocesi locale.

Secondo gli ultimi dati i missionari laici raggiungono oggi quota 790: il 45,7% parte da solo; tra gli sposati il 38,6% del campione decide di partire in missione con il coniuge, mentre il 15,7% ha con sé anche dei figli.

Guardando alla nazione di destinazione degli intervistati, si nota che è diretto in Africa il 55,7% dei laici, mentre nel continente latino-americano va il 38,6% del campione.

Il Brasile rimane comunque la nazione preferita, accogliendo il 27,1% dei laici. Seguono, come Paesi di destinazione, Camerun ed Etiopia. Il 37,1% di questi missionari ha meno di 30 anni, mentre il 28,6% ha un’età compresa tra 31 e 35 anni. Tra le attività svolte, prevale l’aiuto e il sostegno ai religiosi che coinvolge i due terzi dei partenti; il lavoro per progetti di pastorale parrocchiale ordinaria riguarda il 9% dei laici.

MODERNITÀ DELLE CONGREGAZIONI

«Qualunque cosa si faccia, la domanda è sempre: quando tu te ne vai altri riusciranno a portare avanti questo progetto o senza i tuoi soldi crolla tutto? Siamo lì per contribuire a fondare la Chiesa locale e far in modo che un domani questa possa prendere in mano la gestione».

A parlare è padre Daniele Mazza, 34 anni, Pime in Thailandia. Daniele pone l’accento sulla ‘cooperazione’ e la reciprocità: «Io la vocazione l’ho sentita già a 14-15 anni – racconta – C’era inizialmente il desiderio vago di aiutare gli altri».

Poi è subentrata un’altra consapevolezza: «Oggi per me missione è un cammino di Chiese: è un gruppo di persone che si mettono assieme e intraprendono un percorso».

Simile la visione dei Padri Comboniani: « In Africa la prima cosa da fare è ascoltare, conoscere e togliersi i sandali. Oggi la nostra sfida è quella della formazione delle coscienze dei giovanileader comunitari, perché siano loro i protagonisti del cambiamento che sogniamo», dice Ivardi. L’aiuto allora è tutt’altro che assistenzialismo.

Dal diario di un comboniano in Kenya: «È stata una Pasqua speciale, quella di quest’anno a Korogocho. Nell’anfiteatro davanti alla grande discarica di Nairobi c’erano più di duemila persone. Tutta la notte tra danze, preghiere e battesimi. Credo siamo sulla strada giusta». È evidente che le trasformazioni sociali e i nuovi strumenti di comunicazione spingono oggi ad arricchire i contenuti: il missionario è sempre più attento alla dimensione geopolitica delmondo e agli squilibri globali: l’annuncio del Vangelo arriva anche tramite i nuovi media, internet e i social network: «In questi anni, non poche persone mi hanno chiesto perché un missionario debba fare il giornalista – scrive padre Giulio Albanese in ‘Il mondo capovolto’ – Perché la missione è innanzitutto e soprattutto comunicazione di una ‘buona notizia’! Sono convinto che i missionari facciano veramente notizia. Non solo quando sono perseguitati». Andare in missione è stare dentro i movimenti della società civile: «Oggi la questione della finanza mondiale e dell’ambiente sono centrali – spiega ancora Ivardi – Se non lo capiamo noi come Chiesa e come cristiani siamo fuori dal tempo e non attraiamo più nessuno. Vedo in Italia una Chiesa stanca. Che non rischia, si ripiega su se stessa e finisce per non essere più credibile».

NUOVE FRONTIERE E CHIESE LOCALI PROTAGONISTE

D’altra parte, fa notare ancora don Alberto Brignoli, «grazie all’incremento delle vocazioni locali, questa è sempre meno una Chiesa bianca», composta cioè di suore e padri occidentali, ma piuttosto una Chiesa missionaria locale dal volto africano, asiatico, indiano.

Un tempo a ricevere l’annuncio «era una comunità molto incerta, appena nata, ma adesso ha le sue strutture, i suoi preti, i suoi vescovi, le sue priorità…», concorda padre Alberto Pelucchi. «Oggi io parto perché ne ho bisogno come uomo e cristiano – confessa Ivardi – Per lasciarmi trasformare dalla gente che incontro,dai volti che Dio mi mette sul cammino.

In altre parole per essere finalmente me stesso, cioè dare il meglio di me». Dunque, ruoli che si invertono e Chiese che cooperano. Tant’è che anche l’Europa diventa ‘territorio di missione’: si va (o si rimane) per assistere migranti, profughi, perseguitati da guerre interne e da disordini geopolitici.

Perfino l’Italia, dove i disagi patiti dall’immigrato si sovrappongono a quelli del nuovo povero, è diventata obiettivo di missione. Ne è un esempio il lavoro di padre Alex Zanotelli, comboniano, che di ritorno dalle miserie della discarica di Korogoko, in Kenya,si è dedicato ai poveri dei quartieri popolari di Napoli e si batte per diritti come quello all’acqua bene comune.

In ogni caso la missione è e rimane principalmente legata ad un’umanità decentrata, senza chance di far sentire la propria voce, ma sempre più artefice della propria liberazione.

È possibile certo essere missionari in Europa, ma si deve ancora e sempre avere a cuore di partire «verso quelle urgenze che oggi si chiamano Africa, baraccopoli, indios, slum, periferie urbane, degrado, necessità di giustizia. C’è bisogno dappertutto di gridare il Vangelo con la propria vita».

Perché l’uomo contemporaneo crede più ai testimoni che ai maestri, più all’esperienza che alla dottrina. E, come scrive Paolo VI nell’Evangelii Nuntiandi: l’uomo cerca Dio «attraverso vie inaspettate», sentendone «dolorosamente il bisogno», tanto da esser divenuto soggetto non più oggetto di missione.

Ilaria De Bonis,
(da Popoli e Missioni,settembre-Ottobre 2011) Volontari