Il punto della missione in Mongolia delle suore missionarie della Consolata dopo 5 anni di presenza Primi passi in terra mongola
Incontrare il volto di suor Lucia Bartolomasi, e soprattutto il suo rassicurante sorriso, è sempre un grandissimo dono. Il recente viaggio a Roma, dove le suore missionarie della Consolata stanno celebrando il loro InterCapitolo con lo scopo di tracciare un bilancio della presenza nel mondo delle figlie del canonico Allamano, le ha concesso un veloce passaggio in terra valsusina, per trascorrere un po’ di tempo con i genitori, e anche qualche ora qui nella Redazione de La Valsusa, per parlarci nuovamente della sua Mongolia e per tenere vivo in tutta la Valle quel ”ponte spirituale” che ormai da cinque anni è costruito. Un impegno iniziato nel 2003 nella capitale Ulaanbaatar per apprendere i primi rudimenti della lingua e della cultura di questo paese e per intraprendere un cammino a fianco del popolo mongolo. ”Siamo partiti con la nostra piccola comunità di tre suore e due padri per vivere accanto a questa gente, per instaurare con loro un dialogo (anche interreligioso) e per affrontare le diverse povertà che piagano questa popolazione (alcolismo, solitudine della donna, istruzione dei fanciulli, ecc.)”. La Mongolia: una terra tanto suggestiva nei suoi sconfinati paesaggi quanto impervia per le rigide condizioni climatiche e per la diversa mentalità dei suoi abitanti, che rappresenta per le suore una sfida: è la stessa suor Lucia a ricordare come ”il nostro carisma è proprio quello di andare dove gli altri non vanno”. Del resto, la nella terra di Gengis Khan i cattolici sono solo circa cinquecento su una popolazione di quasi tre milioni di abitanti: un’occasione per vivere la missione con orizzonti decisamente nuovi.
Sopraggiungono le prime difficoltà
Maturato il periodo nella capitale, ecco che dal settembre 2006 l’impulso missionario delle suore comincia a manifestarsi. Dopo aver analizzato il territorio e le sue necessità, la scelta di avviare la nuova missione cade su Arvaiheer, cittadina tranquilla e ospitale di 20.000 abitanti a sud della Mongolia a 420 Km da Ulaanbaatar. ”L’abbiamo scelta perché è una cittadina assai popolosa, e senza nessuna altra presenza religiosa che non fosse quella buddista – ci dice suor Lucia – e abbiamo pensato che da lì avremmo potuto iniziare il nostro lavoro apostolico nella semplicità e nel nascondimento, e al tempo stesso operando un proficuo dialogo interreligioso e un’adeguata azione di solidarietà verso i ragazzi e le giovani donne”. Un periodo contrassegnato anche dall’insorgere delle prime difficoltà legate alla diffidenza dei governanti locali. ”Arrivando in questa città eravamo consapevoli di non poter svolgere pubblicamente il nostro apostolato fino a quando il governo non ci avesse dato i permessi, ma abbiamo creduto che la presenza e la testimonianza erano e sono fondamentali per aprire la strada dell’evangelizzazione. E così un passo alla volta ci siamo inseriti nella vita di questo piccolo centro, impostando i ritmi comunitari sulla preghiera, sullo studio della lingua, nel dialogo con la gente e il confronto tra noi, cercando di conoscere bene questa nuova realtà per poterne interpretare i bisogni e le speranze. All’esterno stiamo instaurando vincoli di stima e amicizia con le persone e continuando un dialogo ufficiale con le autorità, che ci ha permesso di seguire la realizzazione di un progetto di visita alle famiglie che vi sono coinvolte, spingendoci anche in villaggi lontani”. Difficoltà per ora superate grazie al permesso (che porta la data del 27 gennaio 2007) di esercitare liberamente l’attività religiosa nella regione dell’Uvurkhangai, che si configura per essere un momento davvero decisivo nell’impegno religioso dei missionari e delle missionarie della Consolata. ”Grazie a queste aperture – ricorda suor Lucia – abbiamo acquistato un terreno su cui far sorgere il nostro nuovo centro sociale, abbiamo già costruito il pozzo e, anche se il terreno non è proprio centrale nel paese, abbiamo ripreso le attività con i ragazzi. La domenica celebriamo anche l’eucaristia, aperta a tutti coloro che vogliono parteciparvi, con dei momenti di catechesi. La nostra piccola testimonianza parte dal far conoscere Cristo, non dal cercare di convertire le persone. Questo atteggiamento è anche apprezzato dalla comunità buddista con cui siamo impegnati in un proficuo lavoro di conoscenza reciproca, di rispetto e di accettazione”.
Un primo bilancio
Sono passati cinque anni: di strada i missionari della consolata ne hanno fatta, e tanta. Si potrebbe dire, prendendo a prestito le parole dell’apostolo Paolo, che loro si sono fatti davvero tutto a tutti. Le chiediamo: ”Dunque, suor Lucia, ora sei un’abitante della mongolia a tutti gli effetti!”. Con il suo sereno sorriso ci risponde: ”Ultimamente ho notato che, incontrando le persone, molte volte queste ci dicono: ”Siete come noi”. L’esperienza in Mongolia ci ha cambiato, anche se propriamente non diventeremo mai totalmente mongoli. Ma noi siamo qui per avvicinarci a loro, cercando di fare quello che possiamo per dare un futuro alla Mongolia e ai suoi abitanti”. Un bilancio assolutamente positivo passato anche attraverso la tentazione del lasciare tutto e del tornare a casa. Per suor Lucia, infatti, ”l’esperienza di questi cinque anni è stata una grande grazia, non tanto per le cose che abbiamo potuto fare ma per quello che la Mongolia ha fatto in noi. So di essere una Lucia diversa. Certo, la tentazione di tornare indietro – soprattutto all’inizio – c’è stata, soprattutto per la solitudine che all’inizio si fa sentire in maniera davvero fortissima. Ma è lì il segreto della missione: o trovi la forza dentro di te e in Dio o scappi perché l’isolamento, dato dal non conoscere né la lingua né le persone, ti mette a nudo e ti fa toccare con mano il peso dell’inutilità, quasi come dire: ”Se vado via adesso, nessuno si accorgerà mai di me”. Ci viene da chiederci, e da chiederle, se ne valga davvero la pena. Ed è qui che la donna di fede viene fuori in tutta la sua profondità: ”La Mongolia mi ha permesso di arrivare all’essenzialità della vita: dopo tutto questo tempo, uno comincia pian piano a dare valore alle cose in modo molto diverso. Anche il mio rapporto con Dio e con le persone è cambiato; sento (e qui suor Lucia mostra il crocefisso che porta sempre al collo) che il grande Segno che ci contraddistingue agli occhi dei mongoli come ”Persone di Dio” è davvero la ragione ultima del mio essere in mezzo a loro”. Una piccola presenza che, come direbbe il Vangelo, è simile al granello di senape: tanto piccolo all’inizio quanto grande nei suoi frutti. Suor Lucia con i ragazzini della Mongolia