Cesana, fu vittima di un errore medico al Regina Margherita. La famiglia del piccolo vuole giustizia. CESANA – Sono passati quattro anni da quel tragico 8 marzo 2008, quando il piccolo Martino Audibert, 8 anni, è morto all’Ospedale Regina Margherita di Torino. In questi lunghi mesi di inesorabile dolore, soprattutto per mamma Francesca e papà Emilio e tutti i parenti, si è giunti alla fase processuale, in cui il giudice dovrà stabilire di chi è la responsabilità di questa tragedia. Sul banco ci sono 13 imputati: sia i gestori e proprietari del castello gonfiabile di Bielmonte, dove il 1° marzo il piccolo Martino aveva giocato, per poi precipitare e sbattere violentemente (perché la giostra ancorata a terra), sia i medici e alcune infermiere del Regina Margherita, che non si sono accorti che Martino dopo la caduta aveva il diaframma lacerato: è morto con l’intestino sopra il cuore, dopo ore di sofferenze indicibili all’addome. E nessuno, al Regina Margherita, se n’è accorto. Nessuno ha soccorso come doveva il piccolo Martino, gli occhi grandi, il viso dolcissimo come uno dei nostri figli. C’è addirittura chi all’ospedale, in quelle ore di dolore e strazio, quasi lo definiva capriccioso, viziato, chi se la prendeva con la mamma. E dopo i pianti, le grida, la sofferenza estrema, non ce l’ha fatta.

Tredici imputati, 6 periti, 26 consulenti tecnici di parte, 42 testimoni chiesti. Ora sono passati quattro anni, ora questa vicenda viene ricostruita con perizie su perizie, dialettiche di avvocati e interrogatori, perché nel cinico gioco del meccanismo processuale, c’è chi deve difendere anche l’indifendibile: l’errore medico, l’errore nella sicurezza dei giochi che utilizzano i nostri bambini. Ma soprattutto, e ancora, l’errore medico: perché Martino ce l’aveva fatta a salvarsi dalla caduta dalla giostra gonfiabile: la morte è avvenuta 7 giorni dopo. Siamo comunque alle battute conclusive del processo: il 30 marzo si terrà una nuova udienza, dopo quella di metà febbraio: ci sarà la requisitoria del pm Parodi, e poi l’intervento dei tre avvocati per la parte civile, che rappresentano la famiglia di Martino: Delmastro, Lionetti e Graziola. Tra il 17 e il 20 aprile sarà la volta degli avvocati difensori dei giostrai di Bielmonte, e poi dei medici dell’ospedale. L’8 maggio ci saranno le eventuali repliche da parte del pm e degli avvocati della famiglia Audibert. E, probabilmente, già la sentenza di primo grado da parte del giudice Roberto Arata. Che si è preso l’impegno di emettere giudizio entro il 2012, per evitare, almeno per questo primo livello, la prescrizione, che metterebbe fine a tutta la vicenda processuale, evitando così l’eventuale condanna a medici e giostrai. Prescrizione che però potrebbe ritornare per gli altri due livelli di giudizio, nel caso in cui gli imputati facessero poi appello: in tutto ci sono sette anni e mezzo di tempo, per dare a Martino e alla sua famiglia giustizia. I legali della famiglia Audibert vogliono andare fino in fondo: “Sosteniamo che alla base di tutto ci sia l’errore medico, e di questo ne deve rispondere l’intera struttura ospedaliera Regina Margherita, considerata un’eccellenza europea in campo sanitario, e non solo i singoli medici – spiega l’avvocato Dalmastro – così come ne deve rispondere anche chi ha attivato quel giorno il castello gonfiabile, perché in quelle condizioni, con il vento, non doveva essere neanche montato”. Si può argomentare su tutto e il contrario di tutto, in un processo. Ma quando una mamma racconta le ultime ore del suo piccolo, non serve la migliore delle dialettiche, non serve essere campioni di arte oratoria. Bisogna tacere.
Quelle ultime ore vissute da mamma Francesca con Martino, sono state esplicate al giudice durante una delle tante udienze tenutasi alcuni mesi fa a Torino, e descritte precisamente in un articolo di Sarah Martinenghi: “Le lamentele di Martino sono cominciate giovedì – ha raccontato mamma Francesca al giudice – mi dissero che Martino era viziatello e che era solo un disturbo psicologico. Mi dissero: “con una madre così al fianco… Se vuole tenerlo nella bambagia lo porti in una clinica privata, noi qui abbiamo bambini gravi, malati di tumore… e i capricci di suo figlio passano in secondo piano. Martino, invece, si metteva la mano qui sul fianco sinistro e lo diceva, a me e ai medici, che aveva tanto male alla pancia. Non riusciva a stare supino dal dolore, anche se aveva il bacino fratturato. Ma lui si rannicchiava e si metteva sul fianco (…). Gli infermieri pensavano che dovesse evacuare, per questo gli fecero una decina di clisteri. Martino sporcò 12 pannolini di liquido nero. Chiesi cosa fosse e mi risposero: “Signora ma lo sa che volo ha fatto suo figlio? quanto sangue ha ingerito!. La notte non riusciva a dormire, non stava fermo. Chiesi all’ infermiera di chiamare un medico, ma non lo fecero. Solo al mattino di venerdì, alle 8, arrivò il dottore. Fu lui a chiedere un supporto psicologico sia per me che per Martino. Sostenevano che mio figlio rivivesse la caduta, che non fosse vero che aveva male e che io lo appoggiavo. Poi introdussero la terapia del dolore nelle flebo, e mio figlio fu inebetito: si era quietato, non si lamentava più, e manteneva la posizione rannicchiata. Non ha più parlato fino al pomeriggio. Nelle ultimissime ore, mi disse “mamma mi manca l’ aria, c’ è qualcosa che non va”. Erano le 23 di venerdì. E allora chiesi all’ infermiera se potevamo spostarlo vicino alla finestra. Mi dissero di no, perché quel letto era pulito. Ho capito dopo che Martino era morto in mia presenza. La sua ultima mezz’ ora di vita fu tremenda: alle 4 e mezza di sabato mattina delirava, si alzava con il busto, sgranava gli occhi, diceva frasi sconnesse. Chiamava un certo Simone, non so chi fosse… Poi mi ha chiesto da bere e io gli ho dato il succo di mirtillo che gli piaceva tanto. Lui l’ ha vomitato. Ha irrigidito le gambe e le ha incastrate tra le sbarre del letto. Ho cercato di disincastrarle, ma ho fatto molta fatica. Poi sono arrivate le infermiere, hanno tirato i fili dell’ ossigeno e mi hanno detto di chiamare mio marito, facendomi uscire dalla stanza. Nel frattempo è arrivata la rianimatrice. Quando mio marito è entrato nella stanza, è subito uscito e mi ha detto “Martino non c’ è più”. Ho ancora in mente le sberle che gli ho dato pensando che fossero capricci, e il medico legale che, quando è finito l’ esame, mi ha detto: non si preoccupi, gliel’ ho ricomposto. Ma sappia che suo figlio è morto con l’ intestino sopra il cuore”
Leggendo e rileggendo il racconto di quelle ultime ore, vengono i brividi. E spingono ancora di più a chiedere giustizia per Martino. Perché qualcuno deve rendere conto di certi errori, e pagare. In quattro anni le cose cambiano, ma il ricordo della sua sofferenza del tenero sciatore di Cesana è cristallino. La tortura vissuta in quelle ore sbatte, si frantuma con il contrasto della dolcezza di questo piccolo angelo. Il cui viso emanava tenerezza. Lo guardiamo nelle foto ricordo. Si nota il volto intenso, profondo, carico di quella grazia divina che solo i bambini possiedono. E non si può accettare tutto questo, senza identificare le responsabilità. C’è chi dice che perdere un figlio sia la punizione più grande per un genitore. Ognuno di noi, se padre o madre, guardando negli occhi il suo piccolo non può che darne atto, e se ci si mette in un attimo nei panni dei genitori di Martino, si viene perforati da un grande vuoto. Ma il fatto che gli sia sfuggita la vita per negligenza di giostrai e medici, non si può accettare.

Non possiamo accettarlo perché, fissando dritta la sua immagine, con la sua tutina verde accoccolato al suo cane, ci sentiamo tutti responsabili verso di lui, dalla sua parte e da quella dei suoi genitori. Abbiamo il dovere di curare i nostri piccoli, abbiamo il dovere di offrire a loro il meglio. Sono i suoi occhi che chiedono giustizia. E’ il suo sorriso che impone ai giudici di far emergere la Verità. Il piccolo Martino Audibert, morto l'8 marzo 2008