Il direttore de La Valsusa commenta i fatti legati alla protesta No Tav Ancora una volta, nel volgere di poche ore in Val Susa si è rivisto un film già a tutti noto. E tutti vuol dire proprio tutti, l’Italia e il mondo, perché oramai la Tav valsusina è una notizia da prima pagina. Apre tutti i telegiornali. Sabato pomeriggio una civilissima manifestazione, da Bussoleno a Susa, dunque nel cuore della Valle, aveva detto tutto il suo no all’opera. Che non è più un no superficiale, di pelle, ma profondo, radicale. La vecchia questione del “cortile” (non nel mio cortile, nimby) non è più la ragione di fondo. Almeno cinquantamila persone avevano “invaso” la piccola Susa senza creare problemi di ordine pubblico. Tanto per dire qual era il clima di rispetto, quelli che Piazza Italia già Savoia poteva raccogliere manifestavano in piena libertà e appena dietro il portone della cattedrale i fedeli pregavano in piena libertà nella messa prefestiva, per nulla disturbati. Non era dunque alle viste Barbarossa, che pur mise a ferro e fuoco la città. Ma già alla sera “correvano voci” che nella notte o all’alba di lunedì poteva iniziare “l’operazione Maddalena”, cioè l’occupazione dei terreni per completare il cantiere di Chiomonte. E così è stato ed è lì che è avvenuto un gravissimo incidente. Un giovane valsusino, Luca Abbà del Cels, da sempre strenuo No Tav, arrampicatosi su di un traliccio dell’alta tensione, cadeva da quindici metri. Subito le sue condizioni sono apparse gravissime. Quello che tutti temevano, era dunque successo. Luca era trasportato al Cto di Torino, mentre in Valle si scatenava la rabbia, la protesta del popolo dei no tav. Strade statali e autostrada occupate. E poi reazioni, proteste in tante città italiane. Perché la lotta dei “No Tav” valsusini ha oramai la geografia di tutta l’Italia e chi pensa ancora di “chiuderla” dentro la Valle, non ha proprio capito nulla.

Insomma siamo di nuovo dentro a un clima pesante. Tira davvero una brutta aria. Il timore è che si sia entrati in una spirale di violenza da cui sarà difficile uscirne. Purtroppo ancora una volta abbiamo l’impressione che questo sia davvero un dialogo tra sordi. Che i vecchi tavoli, vedi quello dell’Osservatorio non bastano più. Certo si può lasciare tutto nelle mani della Polizia, del prefetto. Come dire: fate le vostre marce, noi facciamo i nostri sgombri. Ma è una strada sbagliata, senza una via di uscita. Se non quella di un clima di militarizzazione, da una parte, e, dall’altra, di una guerriglia permanente. Bene ha detto allora il ministro degli Interni, Anna Maria Cancellieri: dopo questi fatti, bisogna riflettere e cercare il dialogo. Non è solo una strada maestra. È l’unica strada possibile. Percorrerla fino in fondo è un dovere di tutti.

Ettore De Faveri Don Ettore De Faveri, direttore de La Valsusa