azimut_panorama1Proprietà italiana, management italiano, maestranze italiane.  E’  l’italianità il valore aggiunto che ha consentito in questi anni ad Azimut Yachts di affrontare i marosi di una crisi economica senza precedenti.
Oggi l’azienda aviglianese che costruisce yacht nel bel mezzo dei monti della valle di Susa inizia a vedere l’uscita dal tunnel.

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Stefano Simonetti, Francesco Ansalone, Massimiliano Colombani,

Il timone del vascello Azimut é stato affidato dal Presidente del Gruppo Azimut Benetti,Paolo Vitelli – approdato in Parlamento un anno fa – nelle mani di esperti professionisti come Ferruccio Luppi, Amministratore Delegato di Gruppo e del marchio Azimut Yachts, che coordina una squadra di giovani manager dotati di spirito di squadra, iniziativa ed energia, doti indispensabili per affrontare le sfide di uno scenario completamente nuovo. Abbiamo avuto modo di incontrare alcuni di loro quali Francesco Ansalone (37 anni, responsabile marketing),  Stefano Simonetti (35, responsabile produzione), Massimiliano Colombani (41, responsabile risorse umane di sito), nella plancia di comando dello stabilimento aviglianese, cuore e cervello dell’Azimut : una sala riunioni dove ci sono pochi muri e tante vetrate con vista sullo stabilimento circondato dai monti della Valle di Susa; sullo sfondo la Sacra di S.Michele, il Rocciamelone, il Musiné. Perché Azimut é anche questo: imbarcazioni sportive e di lusso destinate a solcare i mari, che nascono in una cornice dominata dalle montagne.

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La posa della vetroresina sullo scafo di uno yacht in costruzione

Lo stabilimento aviglianese occupa 120 mila mq, è tra i più moderni in Europa ed è stato costruito meno di 15 anni fa: “Un fiore all’occhiello dell’industria nautica italiana che mette insieme l’aspetto artigianale che valorizza l’abilità manuale dei lavoratori con l’innovazione tecnologica, l’applicazione dell’informatica e della robotica”. Dicevamo della crisi. Per uscirne e riprendere il largo Azimut ha pianificato un  programma di investimenti per il solo sito di Avigliana, iniziato nel 2013 e che durerà fino a tutto il 2014, per 29 milioni di euro complessivi: così l’anno scorso sono stati spesi i primi 16,5 milioni di euro e quest’anno saranno impegnati altri 12,5 milioni di euro.  Con quali obiettivi? “Rinnovare il sistema informatico, ammodernare il sito produttivo e lanciare nuovi prodotti più efficienti e adatti ai mercati”. Già, perché gli anni della crisi hanno profondamente modificato il mercato. “Fino a qualche anno fa – spiega Ansalone – il mercato italiano per Azimut rappresentava una quota tra il 12 e il 15 per cento mentre oggi oscilla tra l’1 e il 2 per cento”.

Già, perché insieme ad alcune certezze (il primo posto da decine d’anni tra gli importatori nautici in Usa e la conquista della vetta della classifica tra i brand di lusso in Cina), la cartina geografica del mercato Azimut, si è modificata. I vecchi paesi europei (Spagna, Italia, Francia, Grecia) che un tempo occupavano oltre il 30 per cento della torta del fatturato, si sono drasticamente ridimensionati. E oggi, le vendite dell’azienda vedono il Nord e il Sud America a quota 36%, l’Asia al 18%, il Brasile (dove Azimut ha uno stabilimento che occupa 250 persone) all’11%, il resto del mondo e l’Africa al 9%.

azimut_yachtMa la crisi può dirsi superata?: “Il peggio è passato – risponde Ansalone – per quanto riguarda la domanda soprattutto in quelle aree in cui l’economia ha ripreso a marciare in maniera strutturale. Purtroppo i margini sono ancora sotto pressione a causa di alcuni fenomeni presenti. Non bisogna quindi abbassare la guardia, proprio perché il mondo non è più lo stesso di cinque – sei anni fa. La sfida è quella di rimanere competitivi, puntando sulla nostra caratteristica: lo stile italiano. Ma anche su una maggiore flessibilità e capacità di adattamento alle richieste del mercato”. Che, tradotto, significa lavorare sulla stagionalità: “Quando a dominare era la domanda europea le barche dovevano essere pronte per la consegna nel mese di luglio. Adesso i clienti brasiliani le vogliono a novembre, i cinesi a settembre, gli statunitensi tra marzo e maggio”. Insomma, bisogna sincronizzare l’orologio degli stabilimenti, adattare i processi produttivi, modificare gli orari di lavoro. Un processo che riguarda tutti, manager, dirigenti e lavoratori e che, dichiarano Ansalone, Simonetti e Colombani, “sarà presto al centro di un confronto da avviare con le maestranze e con le rappresentanze sindacali”.

La scommessa, all’Azimut, è che finalmente il barometro si assesti sul sereno stabile e che i nuvoloni neri della crisi si diradino definitivamente. “Anche perché, per superare gli anni duri, nello stabilimento aviglianese si son dovute fare scelte difficili. L’organizzazione aziendale è stata ridisegnata, c’è stato un accorpamento delle funzioni. E dai 1300 dipendenti del 2008 siamo passati agli attuali 1000, con una riduzione del 30 per cento della forza lavoro”. C’è stato, da gennaio 2013, un corposo ricorso alla cassa integrazione straordinaria: “L’eccedenza iniziale dichiarata era di 350 lavoratori – spiega Colombani – poi, con la cessazione dello stabilimento di Piacenza e il trasferimento della produzione Atlantis ad Avigliana – si è ridotta a 200 unità. Intensa è stata anche l’attività di formazione e di riconversione del personale che ha consentito a un’ottantina di lavoratori di rientrare in azienda. Così, la media annua di dipendenti messi in Cig, dalla quota prevista di 520 è passata, a consuntivo, a 180 unità. Mentre i dati dei primi mesi del 2014 parlano di una media di lavoratori in cassa integrazione intorno alle 100 unità”.

Diradate le nebbie della crisi, adesso la palla passa al confronto tra le parti. Azienda e lavoratori. Facile immaginare l’imminente apertura di un confronto su come affrontare il mondo e il mercato dopo la crisi: “Stagionalità vuol dire capacità di analisi e di adattamento, ricerca di soluzioni flessibili sull’organizzazione e sull’orario di lavoro. Se vogliamo rimanere competitivi (e l’azienda crede molto in questo stabilimento e in chi ci lavora) dobbiamo essere i più bravi ad affrontare la nuova geografia del mercato, con le sue variabili e le sue stagioni. Su questo vogliamo aprire un tavolo di lavoro con le parti sociali e trovare con loro soluzioni condivise”.

Bruno Andolfatto