10358873_764543953596128_6848061890355139068_nLa Città Metropolitana è ai nastri di partenza. Il 12 ottobre sindaci e consiglieri comunali andranno a votare per eleggere il consiglio dell’ente che prenderà il posto della Provincia. Ma già ancor prima che la corsa cominci abbondano i mal di pancia. Primo motivo del malessere il fatto che il sistema elettorale (che è di secondo grado, vale a dire che non votano i cittadini ma gli eletti nei palazzi comunali) non segue la logica per cui 1 testa vale 1 voto. Nossignori, qui si parla di “voto ponderato”. Tradotto: il voto di ciascuno dei sindaci e consiglieri comunali sarà “tarato” in base al numero di abitanti presenti nel Comune in cui questi è stato eletto.
Con quale criterio? La suddivisione dei 315 Comuni della (vecchia) Provincia in sei fasce in base alla popolazione.
In vetta, ovviamente, c’è Torino; l’unico ad avere un numero di abitanti compreso tra 500 mila e 1 milione di abitanti. Bene, il voto di ciascun eletto nella municipalità torinese varrà 853,659 voti mentre quello di un sindaco o consigliere comunale di un comune valsusino con meno di 3 mila abitanti ne varrà 4,597.

areaProviamo a rendere ancor meglio l’idea. Il totale dei voti disponibili è, sull’intero territorio provinciale, pari a 100 mila. Così, facendo due conti, il Comune di Torino (che ha 41 votanti) avrà a disposizione circa 35 mila voti, cioè il 35 per cento dei voti disponibili. Mentre Vaie (per citarne uno), potrà averne poco più di 50. E l’insieme dei piccoli comuni della vecchia provincia (quelli sotto i 3000 abitanti) messi insieme, vale più o meno 10 mila voti. Difficile, quindi, per i tanti piccoli Davide che gravitano intorno all’area metropolitana riuscire a contrastare il grande Golia rappresentato dalla grande città ma anche dai grossi comuni intorno a Torino. E questo non soltanto nel voto e nella configurazione del nuovo Consiglio Metropolitano ma, soprattutto, nelle politiche di sviluppo e nella gestione del territorio.
Secondo mal di pancia diffuso. Le liste che sono state presentate in vista delle elezioni del 12 ottobre. Che sono tre e che si ispirano a un neanche tanto celato desiderio di “larghissime intese”.
Ecco quindi la lista “Città di Città”, che aggrega Partito Democatico, Forza Italia, Nuovo Centro Destra e Moderati. Che annovera, tra i suoi 18 candidati, tre valsusini: il sindaco di Villar Dora Mauro Carena, considerato di area Pd (nonostante qualche trascorso leghista ma si sa… in Italia tutto può essere perdonato) e gli ex sindaci di Susa Gemma Amprino e di Chiomonte Renzo Pinard entrambi di inequivocabile collocazione di centro destra.
A contrapporsi, un po’ a sorpresa, la lista “Civica alternativa per il territorio”, che mette insieme consiglieri di centrodestra che si rifanno a Fratelli d’Italia e alla Lega Nord. Anche qui con qualche illustre presenza valsusina, come quella del sindaco di Bardonecchia Roberto Borgis e del suo collega Gianluca Blandino (entrambi vicini al partito di Giorgia Meloni).
Non potevano mancare i grillini, con la lista del Movimento 5 Stelle che, tra gli altri, presenta il rostese consigliere di minoranza Dimitri De Vita.
Mal di pancia, si diceva, ma non solo per lo schema delle alleanze. Piuttosto per la rappresentanza territoriale, con la Val Sangone fuori dai giochi. E’ Grazia Gerbi, vicesindaco di Coazze, a protestare: “Nel listone relativo alla città metropolitana. tra i candidati troviamo ben tre rappresentanti della valle di susa e neanche uno del nostro territorio. Ancora una volta il nostro territorio è stato volutamente by-passato. Non si capisce perchè i nostri 30000 abitanti non siano sufficienti ad esprimere un loro rappresentante quando i 90000 della val susa ne hanno potuti esprimere tre”.
Bruno Andolfatto