Dicembre 2013, lavoratori Bertone davanti ai cancelli

Dicembre 2013, lavoratori della Stile Bertone davanti ai cancelli dello stabilimento di Caprie

CAPRIE – Tra le pareti della Stile Bertone di Caprie sono state disegnate auto come la Lancia Stratos (protagonista di indimenticabili rally) e, più di recente, l’Opel Zafira, la Mazda, le Citroen XM, BX e la Berlingo. Qui è stata costruita la “Lancia Pope” donata a Giovanni Paolo II in occasione del Giubileo ed è stata inventata la “moto coperta” C1 della Bmw. Dal genio dei progettisti sono nati alcuni modelli Alfa come la Gt, per non parlare di una lunga serie di “concept car” protagoniste dei Saloni dell’Auto di Ginevra.
Solo auto? Nossignori. Le maestranze di Caprie hanno pure disegnato l’ultimo treno Freccia Rossa 1000 che ha preso il nome del grande Pietro Mennea. Pazienza poi se il merito, sempre in casa Bertone, se lo sono presi altri.
E adesso? La notizia, incredibile ma vera (e che purtroppo era nell’aria da tempo) è che la Stile Bertone di Caprie è fallita. La sentenza è stata emanata venerdì 4 luglio dal Tribunale di Torino. Davide Speranza, delegato Fim Cisl, non usa mezzi termini: “E’ una vicenda vergognosa”.

Bertone_cancelli chiusiAd essere travolti dal fallimento sono poco più di 100 lavoratori (erano 150 fino a qualche mese fa): 75 dipendenti della Stile Bertone e altri 30 presi “in affitto” dalla Tedi, uno studio di progettazione torinese che ha lo stesso amministratore delegato (Marco Filippa) della società fallita.

L’azienda di Caprie era rimasta in capo a Lilli Bertone, vedova del carrozziere Nuccio Bertone, dopo la cessione dello stabilimento di Grugliasco alla Fiat avvenuta nel 2009 non senza polemiche. Tutto è andato bene, o quasi, fino all’estate del 2013 quanto, racconta Speranza, “l’azienda ha cominciato a pagare con ritardo gli stipendi. Proprio in quel periodo, di fronte ai 160 dipendenti l’amministratore delegato disse che nelle casse della Bertone non c’era più un soldo”. Il delegato racconta un incontro piuttosto teso, nei locali del Museo Bertone di Caprie: “L’unico responsabile di questa situazione sono io – disse Filippa – la colpa è mia. Ma state tranquilli – aggiunse l’ad che era accompagnato niente meno che da Lilli Bertone – la situazione si sta risolvendo. Entro il 24 luglio arriverà un socio. Di lavoro ce n’è tanto. Anzi dovremo fare un accordo sugli straordinari”.

Davide Speranza, delegato della Fim-Cisl

Davide Speranza, delegato della Fim-Cisl

L’estate 2012 passa. Gli stipendi vengono pagati. Ma del nuovo socio, non c’è traccia. Nuovo ritardo nei pagamenti degli stipendi in autunno e nuovo incontro con l’amministratore delegato e con il capo del personale, Ugo Brusca. “La situazione è difficile, non sappiamo cosa dirvi, ci comunicano”. I vertici della Stile Bertone informano i lavoratori di aver presentato richiesta per il concordato preventivo. “Intanto nemmeno gli stipendi di novembre e dicembre vengono pagati. Passa un po’ di tempo, siamo a dicembre: delegati e lavoratori scoprono che la procedura per il concordato non è stata attivata”. Di più: “Alcune visure camerali fanno nascere il legittimo sospetto che la Bertone abbia fatto nascere nuove società, una con sede a Lugano e un’altra in Lussemburgo.

Il tutto mentre nello stabilimento Bertone si blocca del tutto e per i dipendenti, dal 16 dicembre, arriva la Cassa Integrazione. I conti dell’azienda fanno acqua da tutte le parti e vengono stimati debiti intorno ai 31 milioni di euro. “E pensare che il lavoro non mancava”, dice Speranza. “C’era perfino un elenco con le commesse che però, dall’inizio del 2014, sono … sparite. Chissà dove saranno finite e a chi sono state assegnate”. Misteri. Nel frattempo anche la richiesta di concordato preventivo viene presentata ma va a vuoto. Arriviamo all’estate, mese di luglio, giorno 4. Il tribunale decreta il fallimento. Con i rubinetti della cassa integrazione che rischiano di asciugarsi visto che la riforma Fornero stabilisce che, col fallimento, l’unico destino possibile è la mobilità.
A meno che… non spunti un acquirente: “Ipotesi plausibile – commenta Speranza – visto che l’azienda fallita, depurata dai debiti, diventa piuttosto appetibile”. Con un rischio: “Che si torni punto e a capo. Che qualcuno del vecchio gruppo dirigente torni all’attacco e tenti in qualche modo di riprendersela, magari ricorrendo a qualche prestanome”.

Già, perché nello stabilimento ai piedi del Caprasio “le figure professionali ci sono tutte. Siamo pronti a ripartire anche nel giro di pochi giorni. Le qualità dei lavoratori di questo stabilimento sono note nell’ambiente: abbiamo lavorato con le principali case automobistiche tedesche, americane, con la Fiat e anche con i cinesi. E i clienti hanno sempre apprezzato il nostro lavoro”.
L’unica condizione per farcela è che ci sia una dirigenza seria e competente. Perché, è il commento di Speranza, “la Stile Bertone era più facile farla andar bene che male. E invece sono riusciti a distruggerla”.
Bruno Andolfatto