Un piccolo salvato dalle acque in braccio a Giusy Poppa

Un piccolo salvato dalle acque in braccio ai volontari (a sinistra, Giusy Poppa, di Caselette, ostetrica al S.Anna

Che dire di tutta questa cagnara che si è scatenata contro le Ong (organizzazioni non governative) che danno una mano preziosa a salvare e tirar su dalle onde i profughi che fuggono dalla fame, dalle guerre, dalle torture e dalle persecuzioni? Una sensazione c’è: che queste organizzazioni, in realtà, siano i nostri occhi su una realtà che non vorremmo vedere, che ci spiazza, con cui fatichiamo a fare i conti perché mettono in discussione i comodi pregiudizi che trasformano i derelitti in invasori, le vittime in carnefici, i poveri in sfruttatori. Se poi di mezzo ci si mette pure il colore della pelle o la razza, allora siamo sistemati. E allora? Meglio spegnere questi occhi, screditarli, additarli alla pubblica opinione come una minaccia. Se poi ci si mette pure qualche magistrato ad agitare sospetti (e non prove), il gioco è fatto, o quasi.

E’ questo il clima in cui, un anno dopo, riprendiamo i contatti con Giusy Poppa, caselettese, 51 anni, ostetrica al Sant’Anna di Torino. Ricordate? Parlammo di lei dopo il suo ritorno a casa dopo tre settimane di missione a bordo di una nave della Marina Militare impegnata a pattugliare il Mediterraneo per assistere i profughi. Per Giusy fu quella la terza missione in mare.

In questi giorni si sta preparando per la quarta, prevista a giugno. “Quando potrò utilizzare le ferie. Mentre il resto della mia famiglia sarà sulle rive del mare, in vacanza, io – dice scherzando ma non troppo – sarò sul mare”, a salvare vite umane, in quella che si annuncia come un’altra estate calda per gli sbarchi.

E poi? “Raggiungerò marito e figli per trascorrere con loro un pezzo di ferie. Sono mamma e moglie e poi ho bisogno anch’io di un periodo di riposo e di ricarica”.

Gran donna, Giusy. L’articolo che le dedicammo lo scorso anno, indicandola come “samaritana del mare” ottenne una discreta audience mediatica. Già, perché fu lei a dirci che “vedere in televisione le immagini dei migranti sui barconi è una cosa. Tutt’altra cosa è essere lì, sul posto, a pochi metri da loro, sentirli gridare, invocare aiuto dal barcone che rischia di capovolgersi”.

Giusy Poppa, lo ricordiamo, fa parte di uno degli 80 team di volontari della Fondazione Francesca Rava che, dal 2013, si avvicendano sulle navi impegnate nelle operazioni “Mare Nostrum” e “Triton”: “In tutto – spiega – siamo oltre 150 operatori sanitari, infermieri, medici d’urgenza, ginecologi e ostetriche, pediatri, immunologi provenienti dagli ospedali di tutta Italia che, in questi anni, hanno assistito oltre 100 mila persone, in particolare donne incinte e bambini”.

E della tempesta mediatica che sconvolge le Ong che ci dice? “La Fondazione Rava (che non è un’ Ong e che opera direttamente sulle navi della Marina) per cui presto la mia opera di volontaria, ha raccomandato di non esprimere opinioni che la tirino in ballo. Ma come persona singola posso dire la mia”.

E quindi? “Ricordo che le Ong furono quasi costrette a dare una mano, perché l’Italia continuava ad essere sola nell’affrontare l’emergenza dei profughi. E che la cosa venne decisa insieme all’Unione Europea”. Adesso “colpisce e ferisce vedere come vengano additate in modo strumentale, senza prove, solo per strumentalizzazioni e calcoli politici”.

L’obiettivo sembra il solito: sviare l’attenzione. “Già – aggiunge Giusy Poppa – vien da chiedere: ma di cosa stiamo parlando? Di fronte a noi ci sono vite umane da salvare; esseri umani che scappano dalla guerra, che hanno subìto torture, che sono passati dentro veri e propri campi di concentramento in Libia e in Siria. Mi chiedo: ma com’è che sono i presunti scandali a fare notizia e non questi uomini, queste donne, questi bambini seviziati e torturati”. Addirittura? “Sì, perché ormai – spiega Giusy Poppa – siamo alla seconda o terza ondata di profughi. Prima scappavano giovani maschi. Oggi ci sono tante donne, e tanti, tantissimi bambini che viaggiano non accompagnati dagli adulti dopo essere finiti nei campi di raccolta. Ho visto coi miei occhi le loro ferite, le bruciature causate non dalle sigarette ma dal fuoco vivo e posso solo immaginare le ferite interiori che si portano dentro queste vittime della tortura e degli abusi. E noi cosa facciamo? Ci giriamo dall’altra parte? Facciamo finta di niente? Alimentiamo polemiche senza senso?”.

Insomma, la parola chiave, ancora una volta è una sola: Umanità. Quella con cui ciascuno di noi, prima di parlare o di scrivere sciocchezze sui social, dovrebbe fare i conti.

L’umanità che Giusy Poppa, con i volontari che pattugliano il mare, prova a “salvare” e anche a far nascere, visto che è ostetrica e che le donne in attesa, anche prossime al parto, su questi barconi non mancano.

E allora che dire? Grazie Giusy, per la lezione di umanità.

BRUNO ANDOLFATTO