Don Francesco Foglia celebra la Messa al Campo La Garda

Don Francesco Foglia celebra la Messa al Campo La Garda

Pubblichiamo di seguito parte dell’orazione ufficiale pronunciata l’8 dicembre 2012 da Piero Del Vecchio, direttore della rivista Segusium, in occasione della commemorazione del Giuramento della Garda di S.Giorio dell’’8 dicembre 1943.

“È per me un onore ricordare l’inizio ufficiale della lotta resistenziale in Valle di Susa, il Giuramento della Garda. Giuramento che ebbe tra i protagonisti, Francesco Foglia e Bruno Vota – sacerdote il primo, laico impegnato nell’Azione Cattolica il secondo – combattenti entrambi tra le file partigiane. Uniti dal comune ideale di una nuova Patria, della Libertà dalla tirannide nazifascista e dalla fedeltà alla Chiesa ben evocata dalla messa al campo.

Uno spazio temporale aperto alla fede, condivisa da tutti quel giorno, che ci consente di riflettere sul ruolo dei cattolici in quei terribili venti mesi in Valle di Susa. Tema non facile per via della diffusa frammentazione di scelte e di atteggiamenti che caratterizzò quel periodo.

La chiesa tutta – e certamente quella valsusina – stava cercando di scrollarsi di dosso l’idea di nazione cattolica che tanta parte ebbe nel ventennio fascista. Ciò grazie al fatto che la guerra non produsse solo effetti devastanti sul piano militare, politico e della vita quotidiana, segnò anche una crisi di fede e di fedeltà alla Chiesa istituzionale benché per molti la religione rappresentò una ragione e un significato a sacrifici e prove altrimenti incomprensibili; offrì consolazione e speranza a coscienze dubbiose.

Il silenzio della chiesa istituzionale sulle grandi questioni poste dalla guerra e dal nazifascismo e il suo tentativo di mantenere una certa equidistanza tra le parti belligeranti, consentì tuttavia, nei fatti, un ruolo di contenimento umano e cristiano, per lo più teso alla carità, all’assistenza e alla mediazione.

L’8 settembre, dunque, fu il segnale, anche per i cristiani, della possibile rinascita morale della nuova nazione fondata sulla libertà e sulla democrazia; segnale che si affiancò alla testimonianza e all’attenzione verso i soldati al fronte o prigionieri e ai loro famigliari, alla ricerca di una comune pacificazione o consolazione spirituale attraverso la preghiera e le liturgie collettive.

La diocesi di Susa nel 1943 era guidata da mons. Umberto Ugliengo, contava 24 associazioni parrocchiali di Azione Cattolica con 640 iscritti: l’unica realtà associativa cattolica organizzata in modo capillare, una risorsa cui il laicato e il clero più avveduto attinsero per orientare verso la Resistenza quei giovani più valorosi e preparati. A metà di quell’anno si avviò un processo – ancora prudente ma comunque un inizio – di sensibilizzazione ai temi sociali.

Poco dopo, nel gennaio 1944, presso il seminario vescovile di Asti, i giovani di Azione Cattolica, e tra questi alcuni valsusini, decisero di favorire l’invio presso le bande partigiane amiche i propri iscritti e simpatizzanti.

Ci fu anche il tentativo di costituire sulle montagne di Condove una brigata di partigiani cattolici: la Divisione Giovane Piemonte, che operò qualche mese e che vide gli sforzi congiunti di Daniele Oberto, il geometra pianezzese che molto si adoperò in questo senso, di mons. Ugliengo, mons. Marra e qualche sacerdote. Tentativo che sembrò ad un certo punto dover confluire nella Divisione Stellina di Giulio Bolaffi – che trovò riparo nella Curia segusina nell’inverno 44/45 – e poi nei giovani partigiani seguiti da don Emilio Rossero, parroco di Sant’Ambrogio rifugiatisi al Folatone, ma che alla fine si risolse nel far confluire quanti più giovani possibile nella formazione Silvio Borgis di stanza a Maffiotto, guidati dai fratelli Vota di Bruzolo.

Ma i cattolici erano presenti nelle diverse formazioni partigiane, ed erano un buon numero, mossi dall’ansia di ottenere la libertà. La Resistenza ha rappresentato per molti cattolici più un processo, talvolta lento e contrastato, che una scelta politica forte, immediata, risoluta, come avvenne tra i militanti antifascisti e tra i militari. Il giuramento della Garda è un chiaro esempio in questo senso, anche se avvenne in un momento particolare della storia resistenziale valsusina.

Sacerdoti protagonisti.  L’esperienza di don Francesco Foglia, cappellano militare nei Balcani decorato nel 1942 con medaglia d’argento al valore, è eloquente. Dopo l’8 settembre non ebbe dubbi: la Patria si poteva salvare cacciando – con le armi se necessario – il nemico nazifascista. Fu un leader autorevole e risoluto, figura leggendaria della Resistenza valsusina, come risoluto ed autorevole fu don Carlo Prinetto, cappellano dei partigiani della 42esima Garibaldi a Condove, morto nel lager di Gosen II, picchiato selvaggiamente dagli aguzzini perché scoperto a fare apostolato con un piccolo crocefisso fatto con la mollica di pane.

Lo stesso si può dire di Don Luigi Pautasso, parroco a Foresto, la cui canonica fu spesso sede del comando partigiano di zona.

Ma non tutti i sacerdoti onorarono in questo modo il loro dovere verso la Patria. Amore per la Patria, anche se fuori dalla causa resistenziale, che testimoniò anche don Aldo Grisa, cappellano militare a Prizren nel Kossovo quando giunse il comunicato dell’armistizio di Badoglio. Pochi giorni dopo arrivarono i tedeschi, intimarono la resa e condussero tutti i prigionieri in Germania. Nella tappa di Linz, racconta don Grisa, uno degli ufficiali radunati nello stesso vagone mostrò la bandiera italiana custodita gelosamente. Decisero di tagliarla in dieci parti e di nasconderla nella cucitura della spallina della giacca di ciascuno di loro.

Don Grisa la consegnò poi con orgoglio e commozione nel 1987 al raduno annuale dei reduci del reggimento. Ora si trova nella chiesa di S.Pio X a Conegliano Veneto.

Don Angelo Rescalli, invece,attivo collaboratore del vescovo e dei partigiani, partecipò ad una specie di summit al comando partigiano di Susa e mentre su di una matrice di ciclostile componeva quanto il comandante Laghi dettava per un proclama alla popolazione, i chierici del Convento dei frati francescani inventarono una tecnica a base di polveri di calce per ottenere quei fogli tricolori, che la mattina del 27 aprile 1945 sarebbero stati affissi clandestinamente per la città.

Su fronti diversi ma concordanti fu l’esperienza dei fratelli Cantore di Sant’Antonino: don Oreste si offrì ostaggio insieme ad altri nove concittadini per costringere in qualche modo ad una tregua partigiani e nazifascisti ed evitare rappresaglie più intense alla popolazione, mentre Celeste, anch’egli giovane militante dell’Azione Cattolica, salì sulle montagne di Condove a combattere divenendo anche comandante partigiano, giovandosi altresì della collaborazione del fratello sacerdote. Una coscienza rinnovata della dignità di italiani e della libertà divenne una delle ragioni cardine dell’impegno dei cattolici, in particolare laici, nella Resistenza in Valle di Susa, nei primi CLN costituitisi nel nostro territorio e che accompagnò il primo decennio del dopoguerra caratterizzato dall’impegno sociale e politico per la ricostruzione morale, politica e sociale del Paese.