Lavoratori della Vertek di Condove

Lavoratori della Vertek di Condove

Una fabbrica storica della Valle di Susa a rischio: la Vertek di Condove, quella che un tempo era conosciuta come la Moncenisio.  Il destino del Gruppo Lucchini rischia di trascinare verso la chiusura lo stabilimento condovese e di lasciare senza lavoro 94 persone che,  con uno scritto, raccontano a La Valsusa come stanno vivendo questi giorni

“Siamo un gruppo di lavoratori della Vertek di Condove, stabilimento che fa parte dell’ex Gruppo Lucchini con sede a Piombino, attualmente in fase di commissariamento.

Desideriamo e sentiamo la necessità di portare a conoscenza di tutti la nostra situazione di precarietà, in un contesto lavorativo che sta degradando verso un pericoloso collasso sociale.

La congiuntura economica nazionale, per troppo tempo ignorata da una politica lontana dalla realtà, sta infatti operando una trasformazione difficilmente reversibile del mondo del lavoro; ai licenziamenti e alla chiusura definitiva di aziende anche con nomi prestigiosi, si associa un abuso dei cosiddetti ammortizzatori sociali che, se da un lato sopperiscono a mancanze o drastici cali di stipendio, dall’altro stanno abituando all’inoperosità e generando una crisi di identità in centinaia di lavoratori, slegandoli dai processi produttivi, costringendoli a pause forzate sempre più lunghe e a rinunce sempre più severe negli stili di vita.

La deindustrializzazione della valle ci rende sempre più poveri, e decresce le quote di forza lavoro trasformando temporaneamente la val Susa in un condensato di inattivi e anche in un dormitorio, per coloro che sono stati costretti a viaggiare e seguire il lavoro (dove ancora c’è), a Torino o nella sua provincia.      

Noi lavoratori Vertek, percepiamo ancora l’eredità che ci ha lasciato una delle più importanti realtà produttive della valle, per non dire del Piemonte, la Moncenisio, più nota come “la Monce”, fabbrica nata ad inizio Novecento dalla volontà di un imprenditore, Fortunato Bauchiero, che sui modelli dell’imprenditoria “illuminata” europea (ma anche italiana come Leumann di Collegno), seppe creare un modello di sviluppo industriale in cui si amalgamavano esigenze produttive ed economiche a condizioni di vita decorose e a una crescita intellettuale della classe lavoratrice.

Esattamente l’opposto di quello che sta accadendo ai giorni nostri.     

Alla “Monce” la gente si guadagnava il pane, e lavorando acquisiva una dignità e una coscienza di classe che permise lo sviluppo di un sindacato e di capacità organizzative nei momenti di lotta e di scontro con il “padrone”. Non solo: nel 1970 gli allora 800 lavoratori riuniti in assemblea, approvarono all’unanimità una mozione contro la fabbricazione di armi e materiale bellico che lo stabilimento stava producendo. L’iniziativa era nata da un operaio, Achille Croce e dal Gruppo di Azione Nonviolenta, e fu subito appoggiata dalle organizzazioni sindacali, obbligando di fatto la direzione a cessare quel tipo di produzione. Probabilmente un caso unico nella storia dell’industria.

Quell’attenzione intellettuale e quella capacità di interpretare al meglio i rapporti col datore di lavoro, sono l’eredità che sentiamo di aver recepito dai nostri colleghi e compagni di lavoro del passato, un insegnamento che ci ha permesso negli anni, di lavorare e collaborare, ma anche di opporci a tentativi di abuso, autoritarismo o cattiva gestione aziendale.

Abbiamo imparato che il “lavoro” è un principio costituzionale e base per una società civile, e non una parola astratta nata dalla bocca dei politici. Abbiamo capito che la privazione del lavoro è intollerabile all’uomo, e che il “posto di lavoro” ha dato una dignità alla nostra vita, un senso alle nostre giornate, un valore ai nostri risparmi.

Tutto questo fino a ieri.          

Oggi le cose stanno cambiando, in peggio come si è detto, e particolarmente per noi lavoratori della Vertek, perché non abbiamo più un’azienda a cui fare riferimento in quanto la stessa è stata commissariata. Viviamo giorno per giorno di quelle poche notizie che trapelano dai giornali locali come il Tirreno di Livorno, e dalle informazioni che i nostri compagni di Piombino riescono a ottenere; sembra quasi che il tutto costituisca per il commissario un segreto da non rivelare, e questo non è mai un bel segnale, né di trasparenza, né di garanzia per il futuro.

Noi non vogliamo vivere di ricordi, vogliamo mantenere il nostro posto di lavoro e vivere di presente, con un occhio rivolto al futuro. Ben venga un nuovo acquirente che intenda rilanciare le produzioni che ormai languono con poche migliaia di tonnellate di acciaio lavorato al mese, anche se siamo coscienti che il momento è quanto mai critico per il settore siderurgico e che il presunto acquirente può anche non arrivare, né subito, né mai.

Noi lavoratori, di concerto con i rappresentanti sindacali, abbiamo chiesto e ottenuto un incontro con sindaci e amministratori della valle, la cui presenza ci ha confortato e confermato quanto il problema del lavoro sia sentito da coloro che, indipendentemente dagli schieramenti politici, sono stati chiamati ad amministrare la cosa pubblica e le aspettative dei cittadini e lavoratori della valle.   

Dall’incontro è emersa la necessità di un progetto che coinvolga le varie criticità produttive della valle, mettendo insieme le esigenze dei lavoratori della Beltrame, della Vertek, della Selmat, tanto per fare qualche esempio. Progetto da sostenere con i responsabili di Regione e Provincia e da  rilanciare all’attenzione delle forze di Governo. 

Chiediamo quindi a tutti, amministratori, lavoratori, imprenditori, artigiani e cittadini, di mantenere alta l’attenzione sulle realtà produttive della valle di Susa, al fine di scongiurare quella deindustrializzazione verso la quale siamo indirizzati e che si potrebbe evitare con l’interessamento e la volontà di tutte le forze in campo.

Facendo nostre le parole “dignità e lavoro”, rilanciamo il nostro appello al fine di non perdere il bene prezioso del lavoro e la possibilità che i nostri figli possano vivere in valle di Susa senza dover emigrare, come fecero i nostri predecessori non troppo tempo fa.

I lavoratori Vertek – Con

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