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Foto Siciliani-Gennari/SIR

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Mons, Martin (Dublino): come è cambiata la “cultura della famiglia

“La famiglia è il tema scelto da Papa Giovanni Paolo II e da Papa Francesco per il loro primo Sinodo”. A farlo notare è stato monsignor Diarmuid Martin, arcivescovo di Dublino, che durante il briefing di oggi in Sala stampa vaticana ha tracciato un quadro di come sia cambiata la “cultura della famiglia” dal Sinodo del 1980, dove era officiale per il gruppo linguistico anglofono. I due Papi che hanno scelto la famiglia come tema del loro primo Sinodo – prima era stata la volta di Paolo VI nel 1978 e di Giovanni Paolo I, entrambi morti prima di averli celebrati – “erano entrambi vescovi diocesani, e vedevano la centralità della famiglia per lo sviluppo della Chiesa e la stabilità della società”, così come “le sfide che la famiglia come istituzione e le famiglie dovevano affrontare nella cultura di quel momento”. Rispetto ai suoi predecessori, Giovanni Paolo II cambiò il titolo del Sinodo passando da “La famiglia nella cultura contemporanea” a “La missione della famiglia nella cultura contemporanea”, ha ricordato mons. martin, sottolineando che nel Sinodo del 1980 “l’idea era ridare fiducia nella famiglia che era già in crisi, ma anche all’interno della Chiesa, a dodici anni dall’Humanae vitae”.

“Per la prima volta, al Sinodo c’erano tantissimi uditori laici”, ha proseguito il vescovo, esortando a rileggere la “relatio ante” e la “relatio post” che tenne l’allora cardinale Ratzinger: “Molti temi erano gli stessi di oggi – ha commentato – come il rapporto tra la qualità della fede e la validità di un matrimonio, tema ancora in discussione”. Per mons. Martin, il Sinodo di oggi mostra che “la cultura della famiglia è cambiata ancora di più, e oggi sentiamo dire cose che prima provenivano solo dalla società occidentale anche dai padri africani o latinoamericani”: le convivenze, i divorziati risposati, la “stessa invasione di una certa cultura” ostile alla famiglia fondata sul matrimonio, che prima era solo europea e occidentale. “Il gruppo dei cattolici che vivono pienamente la dottrina della Chiesa è ridotto”, ha osservato l’arcivescovo di Dublino: “La catechesi dovrà affrontare questa situazione”. Nello stesso tempo, per il presule esistono molte coppie che nella Chiesa cattolica “vivono il valore della fedeltà, l’amore verso i figli, ma non sarebbero capaci di esprimerlo in un linguaggio adeguato”. Ci vuole allora “un nuovo tipo di dialogo con le famiglie e un nuovo linguaggio”.

 

“Il dibattito è molto aperto”, perché il Sinodo “è un processo continuo”. Con queste parole monsignor Diarmuid Martin, arcivescovo di Dublino, ha sintetizzato il “clima” del Sinodo straordinario sulla famiglia, che ha concluso la sua prima settimana di lavori. “Ci si confronta apertamente sulle diverse posizioni”, ha detto il padre sinodale rispondendo alle domande dei giornalisti durante il briefing odierno. Del resto, ha aggiunto, “il Sinodo non può solo ripetere quello che è stato già detto, deve trovare nuovi linguaggi per ascoltare quello che emerge dal vissuto delle famiglie”. Quanto alla “Relatio post disceptationem” che sarà presentata lunedì, mons. Martin ha precisato che “non sono le conclusioni del Sinodo, ma un documento che ne mette insieme le riflessioni per poi consegnarle al Santo Padre”. La Relazione dopo la discussione, insomma, è una sorta di “contesto” per la relazione finale, ed il Sinodo inoltre è “un processo continuo” che terminerà solo con la sessione ordinaria in programma l’anno prossimo. Tra i temi più urgenti da affrontare, mons. Martin ha segnalato la preparazione al matrimonio, che richiede un impegno “più forte” nella catechesi, soprattutto perché “oggi per i giovani è molto difficile capire cosa voglia dire un impegno per la vita”.