Sono le 2.30 del mattino del 18 luglio quando le porte dell’aeroporto di Keflavik, una cinquantina di chilometri da Reykjavik, si aprono a noi. Per la prima volta assaporiamo sulla pelle l’aria fresca dell’Islanda. E’ una notte di mezz’estate senza buio né stelle in quest’isola dell’oceano Atlantico affacciata sulla Groenlandia, tanto diversa da quelle a cui siamo abituati. Siamo cinque: Giovanni Martinacci, Barbara De Polli, Daniele Debernardis, io, di Giaveno, e Mauro Paradisi di Reano. Accanto, cinque indispensabili compagne di viaggio, le biciclette, ancora chiuse negli scatoloni assieme a venti borse. Il nostro viaggio a pedali “nella terra dei ghiacci bollenti” ha inizio in questo preciso istante. Un’avventura voluta, organizzata, sognata da mesi. In ventun giorni abbiamo conosciuto la forza del vento, il più delle volte contrario, raramente a favore e a volte ostile, abbiamo ammirato paesaggi mozzafiato, abbiamo scattato centinaia di foto, ci siamo rifugiati nei pensieri lungo le sue strade, ci siamo stupiti del calore dell’acqua e dei colori della terra. Abbiamo faticato, e non poco, ma le sorprese che ogni giorno l’Islanda ci ha offerto hanno mitigato ogni sforzo. Stanchi alla sera e rigenerati ogni ma ttina. Ho cercato, per giorni, di trovare gli aggettivi che meglio descrivessero questa terra: imprevedibile, come il vento che la sferza e il meteo che la distingue; sorprendente, come l’ineguagliabile abbraccio tra il caldo della terra e il freddo dell’aria; sconfinata come i paesaggi e le strade, che li ammirassimo dal basso della terra o dall’alto di montagne e vulcani.

Abbiamo percorso dal 17 luglio al 7 agosto 1500 km, di cui 450 su sterrato e i restanti su asfalto, continui saliscendi, in sella a mountain bike che pesavano dai 30 ai 35 kg ciascuna. 19 gli effettivi giorni di pedalate, 17 quelli in cui abbiamo montato e smontato le tende e 4 quelli in cui ci siamo concessi un letto. Dai 4 ai 14 gradi la temperatura media, con un picco – assolutamente anomalo – di quasi 30. Una sola la camera d’aria bucata, guarda caso l’ultimo giorno, e 5 i raggi rotti di un’unica bici. 42 le ore di ripresa fatte da Mauro e molte, ma molte di più, quelle pedalate. In totale autosufficienza, ci siamo portati appresso chili di pasta e pane, prosciutto, formaggio, marmellata, biscotti e provvidenziale frutta secca.

Islanda (98)

 

 

Ecco una carrellata di foto. Nell’edizione in edicola, ampio resoconto.