Come sta l’economia delle nostre due Valli, Val Susa e Valsangone? Come sta il settore agricolo nelle nostre valli? Ne parliamo con Pierpaolo Davì di Coldiretti.

Conviene ancora, nel 2011 e con la crisi imperante, fare l’agricoltore o l’allevatore nel nostro territorio? Parrebbe proprio di sì, se andiamo a ricostruire il puzzle di un ambito che è ancora un volano importante nell’economia valsusina e valsangonese, pur con le debite differenze.

Ne parliamo con chi è ben informato in materia, Pierpaolo Davì, segretario di zona di Coldiretti, e con lui confrontiamo i dati locali con quelli piemontesi e italiani, che non sono certo confortanti.

I numeri dell’Istituto Nazionale dell’Economia Agraria dicono che in Piemonte negli ultimi dieci anni si è assistito ad una diminuzione del 30% delle aziende agricole per arrivare ad un meno 68% delle aziende zootecniche.

E nelle nostre valli? “I numeri dei censimenti sono sempre da interpretare – esordisce Davì – perché nell’arco di un decennio possono essere cambiati i parametri per considerare un’azienda agricola tale.

Sicuramente anche nelle nostre valli c’è stata una contrazione in questi anni: le imprese più piccole hanno chiuso o sono state inglobate dalle più solide e grandi. Anche nel settore zootecnico si è assistito ad una contrazione; di contro è aumentato il patrimonio zootecnico, ovvero i capi di bestiame”.

Dodici gli agriturismi e 200 le aziende agricole professionali di piccole dimensioni e altrettante quelle medie o grandi oggi sparse nelle due valli, la maggior parte a conduzione famigliare.

Ma occorre fare le dovute differenze: pochi ma buoni gli allevamenti rimasti in alta Val Susa, sparsi per lo più negli alpeggi, mentre in bassa valle e Valsangone le aziende agricole e gli allevamenti sono ancora fortemente radicati, solo poco visibili. “Un esempio – dettaglia Davì – Parrebbe impossibile, ma il comune con il comparto zootecnico più numeroso è Bussoleno, con circa un migliaio di capi di bestiame”.

La produzione di latte vince su quella della carne, con un buon numero di aziende che trasformano nei suoi vari derivati con vendita diretta e numerose altre che lo vendono alle grandi cooperative.

E nelle coltivazioni? “La viticoltura e la castanicoltura sviluppano buoni numeri, ma data la confermazione del nostro territorio possiamo parlare solo di produzione di nicchia”.

Un po’ di tutto, insomma, nei più svariati settori: dall’orticoltura alla frutticoltura, dall’apicoltura al vivaismo, per arrivare alle imprese forestali.

Un dato, però, è in linea con quello nazionale: sempre più giovani entrano nel settore e spesso quelle esistenti sono gestite da titolari tra i 30 e i 40 anni, anche laureati. “E’ molto importante perché i giovani portano innovazione, svecchiano il settore. Sono loro il futuro”.

E pare che siano sempre di più quelli che scelgono la vita tra i campi non come “ultima spiaggia”, ma come spinti da una vera e propria passione per la terra e il bestiame.

Anita Zolfini inchiesta agricoltura