01Per una volta non chiamiamoli “profughi”, “extracomunitari” o, peggio ancora, “clandestini”. Perché prima di ogni altra cosa sono persone. Con un volto, una storia, un nome. Come Ikponmwusa, 21 anni, nigeriano, ospite dall’inizio di maggio nell’ex convento dei frati francescani di Bardonecchia insieme ad altri 17 connazionali. Nome difficile da pronunciare che però, in nigeriano, significa “Grazie a Dio”.

Lui, come gli altri suoi amici, “grazie a Dio” si è salvato, ha percorso (chissà come) qualche migliaio di chilometri per arrivare in Libia. Qui (chissà come) ha trovato il solito barcone e, con altri profughi, ha affrontato il mare. Sempre “grazie a Dio”, sul lido di Pozzallo è sbarcato senza venire (come tanti, troppi, altri) inghiottito dal mare. Poi tutta la trafila, gli screening medici, il volo a Torino-Caselle.

La presa in carico da parte della “Cooperativa Kipling Liberi Tutti” e l’arrivo a Bardonecchia. Ikponmwusa “grazie a Dio”, oggi è qui, con gli altri ragazzi. Parlano un inglese “broken”, spezzato da parlate africane. Voglia di raccontare i motivi della “fuga” dal Paese d’origine e le peripezie varie che hanno dovuto affrontare? Poca. Prevale, forse, la voglia di dimenticare, almeno per un po’. E di riprendere a vivere e a sognare. Oggi (è venerdì 26 settembre) Ikponmwusa “Grazie a Dio” è in biblioteca, sempre insieme ai suoi amici, per provare a mettere insieme le parole, nella scuola di inglese e italiano che i volontari di Bardonecchia hanno messo in piedi.

00L’insegnante, Franco Canagallo, ce la mette tutta. Si vede che crede in quel che fa. I ragazzi sono seduti in cerchio, ognuno al suo banco. Franco fa vedere un disegno. Dice la parola in inglese: “Chair”. La ripete in italiano: “Sedia”. La scandisce, la ripete ancora e la fa ripetere a tutti. Abbozza una frase, prima in inglese, poi in italiano. La si ripete ancora, finchè non entra in testa ed esce dalla bocca. Facciamo una pausa. Ikponmwusa “Grazie a Dio” ha un cappellino giallo con lo stemma della Juve. Proviamo a parlare di calcio. I volti dei ragazzi si illuminano: “Questo piace…”, dicono. Ma tu cosa facevi in Nigeria? “Il saldatore”. E perché sei fuggito? Silenzio. La lezione riprende. Un’oretta e ci si saluta. Strette di mano, pacche sulle spalle e “dammi il cinque” ma facciamo anche una foto di gruppo.

Franco Canagallo durante la lezione di italiano

Franco Canagallo durante la lezione di italiano

Rimaniamo un attimo a chiacchierare con Franco Canagallo. Lui, la moglie Rosalinda Osano e la figlia Laura sono impegnatissimi in quest’azione che mette insieme solidarietà e umanità. Franco non è certo il tipo che sbandiera in giro queste cose ma si sa che proprio Rosalinda, insegnante in pensione, ha comprato gli zaini da dare ai ragazzi. E che nel gruppo che fa scuola ci sono anche Mamy Gros, di madrelingua inglese e Nadia Tria. Poi, intorno a questi figli della Nigeria, si è aggregato un mondo di volontariato quanto mai ricco e variegato: dalla Caritas che fin dai primi giorni ha provveduto ai vestiti, alle prime necessità perfino ai telefoni cellulari. E il Gis, Gruppo Intervento Sociale, di Bardonecchia che ha fornito i libri di italiano e inglese per le lezioni.
Ma chi sono questi giovani? “Sono ragazzi tra i 18 e i 30 anni – racconda Franco Canagallo – quasi tutti cristiani (se non sbaglio c’è un solo musulmano), cattolici e qualche ortodosso”, fuggiti da una Nigeria avvolta da un’esplosione di violenza e dalla persecuzione religiosa”. Faticano a raccontare la loro storia? “Un po’ sì – ammette – e poi c’è ancora la barriera della lingua che impedisce una comunicazione profonda. Non è semplice entrare in relazione, forse (visto quel che han passato) non riescono ancora a fidarsi completamente”. E comunque non pensiamo solo alla scuola. “Don Franco ha messo loro a disposizione il campo da calcetto della parrocchia. Una volta li abbiamo anche portati nel laghetto a pescare. Insomma, cerchiamo di pensare un po’ a tutto”.

Don Franco Tonda

Don Franco Tonda

Ma la vera anima di questa azione solidale è lui, il parroco, don Franco Tonda. Andiamo in canonica, suoniamo il campanello . Ci accoglie con un sorriso e l’immancabile battuta affettuosa. E’ lui il motore di questa macchina di solidarietà umana e cristiana. Si schernisce e sembra quasi dire: “Esageruma nen”. Poi racconta. “Questi ragazzi sono arrivati in provincia di Ragusa il 3 maggio e qualche giorno dopo, il 7 maggio, a Bardonecchia.Ventiquattro ore dopo ho convocato un’adunanza con la Caritas e con le persone disponibili a dare una mano. Per prima cosa bisognava dare a questi ragazzi dei vestiti, poi abbiamo pensato alla scuola di italiano. Rosalinda, Franco, Laura, Mamy e Nadia mi han detto subito di sì e siamo partiti”. E se la lingua è un ostacolo, non così la religione. “Sono quasi tutti cristiani, cattolici o ortodossi. E vengono a messa tutte le domeniche alle 11. Leggiamo le letture in italiano e in inglese e qualche volta uno di loro propone la preghiera dei fedeli”. Aneddoti da raccontare non mancano: “Una volta mi sono accorto che un ragazzo portava la Corona del Rosario intorno al collo. Allora ho pensato di regalarne una a tutti. E gli altri lo hanno imitato”. Che dire poi del momento dell’elemosina? “E’ stato commovente, durante la Messa, vedere uno di loro mettere mano al portafoglio, cercare qualche moneta e fare l’offerta”.
Insomma Ikponmwusa, “grazie a Dio”, si è salvato, è arrivato a Bardonecchia e adesso (speriamo) può sognare una vita migliore. Chissà che l’incontro con lui e i suoi amici e l’essersi presi cura di loro, “grazie a Dio”, non salvi (almeno un po’) anche noi.
Bruno Andolfatto