8 Marzo 2018

Il rituale è all’apparenza lo stesso: gli orari dei treni, la sciarpa viola ben piegata, la notte insonne. E poi il tempo, lungo i binari arroventati dal gelo, che separa dai fratelli e dalla città del cuore. Oggi, però, la trasferta sarà diversa dalle altre. Davide, il Capitano della Fiorentina non c’è più. Il suo fiero profilo ellenico, la sua statuaria eleganza nell’incedere palla al piede e testa guardando le stelle, la sua mite gentilezza dell’anima si sono lentamente spenti scivolando nel sonno di una algida camera d’albergo alla vigilia della gara contro l’Udinese, domenica 4 marzo. Il treno è il Frecciarossa per Napoli delle 6,30. Io, come sempre, scenderò a Firenze Santa Maria Novella. Stamattina indosso il vestito migliore, la camicia bianca, la cravatta viola. Sul cappotto appuntato il simbolo del cuore: 1926. Sulla carrozza 6 non siamo in molti e non appena ci monto sopra noto due uomini che indossano la divisa borghese del Torino Calcio. Scoprirò che sono i gonfalonieri del Toro incaricati dalla società granata di rappresentarla ai lati del picchetto d’onore. Li accompagnerò rapidi in Santa Croce, attraversando col cuore in gola una Firenze che confluisce come un fiume silenzioso verso la piazza del calcio storico, quella scrutata dallo sguardo austero del Sommo Poeta. Santa Croce è affrescata come una tela rinascimentale. Gremita di composta commozione. Sulla sinistra gli Ultras di oggi. Le Bandiere della Curva Fiesole sono prima ammainate come salici stremati, poi sventolanti fiere nelle nuvole riflesse dal sole. Le lacrime che si sciolgono in un fiume carsico che passa di anima in anima. Un sussulto percorre le schiene. Intorno a me un popolo: studenti liceali, bambini, vecchi e giovani ultras con gli occhi lucidi, aristocratiche donne fiorentine borghesi e popolane, professionisti del centro e lampredottari dei mercati rionali. Un popolo che piange il suo figlio più bello. La cerimonia l’avete vista tutti: il composto abbraccio, i bandieroni ed i fumogeni e le sciarpe agitate e  accese come in curva. Gli applausi ai gobbi giunti da Wembley. Le parole di Badelj. Rimango da solo nel pianto in mezzo a mille e mille. Saluto i fratelli di curva e ritorno spedito verso la stazione e Firenze rientra nello scorrere di turisti giapponesi col click e americani stregati da Stendhal.

Mentre ritorno a Torino penso che il tiepido sole che rifulge verso il cielo non sapeva ancora se piangere o illuminare il tuo volto acheo con squarci di raggi ribelli.

11 Marzo 2018

Oggi giochiamo contro il Benevento. Sarebbe stata solo un’inutile partita di calcio moderno disputata a mezzogiorno nell’assurdità di uno stadio assonnato e semi deserto. Invece nemmeno le lacrime di cielo lo hanno svuotato: siamo in 40000. Come contro la Juve, come quando abbattemmo il Manchester United. Il Franchi è un mausoleo di marmo e l’omaggio imponente del suo silenzio pesa come un secolo di storia. Con la Curva Fiesole che al 13’ si riempie del tuo nome sui nostri colori. Col tuo sguardo che rimbomba nel nostro cielo. “Tu sei La Luce” – ha detto Badelj giovedì dalla navata di Santa Croce. Tu, per noi ultras, come Antognoni: Capitano per sempre. Tutti ti hanno voluto bene. Tutti hai unito. Oggi: noi, i nostri avversari, i nostri nemici di sempre. La Fiorentina, nel frattempo, ha fatto gol. Con il suo numero 31. Il tuo sostituito. Al 26’ minuto. Il tuo doppio. Mentre nel cielo sopra Firenze l’orologio del tempo si fissa oggi e per sempre alle 13. Grazie Davide: da Firenze con tutto il cuore, la tua gente.

Domenico Mungo

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