12716323_10207422828120667_3394905442032263382_oRacconti di vita quotidiana a Beirut. Ce li propone Valentino Armando Casalicchio, 26 anni, di Bussoleno. Da settembre Valentino Armando si trova nel Libano, grazie ad uno scambio universitario della durata di sei mesi per un progetto tesi di laurea magistrale. 

Vicoli stretti, odore di narghilé alla menta, ragnatele di cavi elettrici ad altezza uomo: questa è Shatila, uno dei due campi profughi nella periferia sud di Beirut. Qui vivono da 15 a 20 mila persone.

Costruito per ospitare “temporaneamente” i palestinesi della Nakba (“catastrofe”, termine con cui si indica l’esodo palestinese del 1948), il campo di Shatila è stato testimone di tutti i problemi della regione mediorientale. Durante la guerra civile libanese, il campo ha visto due massacri: nel 1982 il “Massacro di Sabra e Shatila”, compiuto dalle “Falangi cristiano-libanesi”; nel 1985 la “guerra dei campi”, compiuto dalle milizie sciite del Movimento Amal.

12698144_10207422823400549_7941071077565782164_oOggi vivono dalle 15000 alle 20000 persone in un solo chilometro quadrato; un numero cresciuto soprattutto negli ultimi 5 anni a causa della guerra civile in Siria, la quale ha causato l’esodo di siro-palestinesi, siriani e dei Returnees, emigranti libanesi ora ritornati in patria.

I numeri aumentano quotidianamente, ma lo spazio per costruire rimane lo stesso dal 1949, l’unica soluzione, dunque, è edificare in cima agli edifici esistenti.

Ma cosa significa vivere a Shatila? “I problemi aumentano con l’inverno” dice Jamila, giovane donna che lavora per una Ong sorta dopo i massacri dell’82.

Vittorio Armando Casalicchio

Vittorio Armando Casalicchio

Nonostante a Beirut non si raggiungano temperature basse, ogni volta che piove, nel campo è il caos: cavi elettrici penzolanti e rifiuti non smaltiti sono tra i principali rischi per la vita quotidiana a Shatila.

Non è solo la stagione invernale che porta rischi per la vita del campo, ma le scarse condizioni igieniche dovute all’eccessivo numero di persone (ogni abitante condivide la stanza con altri 8/10) causano malattie infettive: tifo, meningite, morbillo ed epatite sono solo alcune fra le decine di patologie riscontrate a Shatila. L’UNRWA, l’agenzia ONU di soccorso per i rifugiati palestinesi, definisce “estremamente cattive” le condizioni sanitarie del campo.

I problemi non finiscono qui: i palestinesi in Libano, infatti, non hanno nessun diritto a sanità pubblica o istruzione; non è concesso loro di acquistare beni immobili; né di praticare 73 professioni, fra cui avvocato, medico, professore, autista di taxi.

La loro vita, in definitiva, prosegue grazie all’auto-organizzazione, alle Ong locali e straniere, e all’UNRWA.

La motivazione principale che spinge queste famiglie a resistere è la speranza di tornare nel proprio Paese; la speranza di uscire da una condizione “temporanea”, che dura dal 1949.