z - montecitorioGustavo Zagrebelsky, 70 anni, giurista , già presidente della Corte Costituzionale, risponde alle domande de La Valsusa sulla riforma elettorale e sui problemi della valle.

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Gustavo Zagrebelsky

Professor Zagrebelsky, é  sufficiente riformare la legge elettorale per cambiare la politica o la politica dovrebbe cercare altre vie per autoriformarsi?

Sono abbastanza scettico sul fatto che la qualità della politica dipenda dalla legge elettorale. Nel 1993, quando si è modificato il sistema elettorale proporzionale introducendo il “Mattarellum”, si pensava che cambiando la legge elettorale si sarebbe cambiata la politica. La realtà delle cose ha dimostrato il contrario: è la politica a cambiare la “resa” del sistema elettorale e non viceversa. Due anni prima, nel 1991, c’era stato il referendum per abolire le preferenze plurime. Si diceva: aboliamo le preferenze multiple . In questo modo, si diceva, avremo una politica pulita, onesta e competente. Se guardiamo la politica odierna non abbiamo bisogno di aggiungere parole.

Adesso si dice: cambiamo la legge elettorale per superare il condizionamento dei partiti piccoli e garantire la governabilità

Lo si diceva anche nel 1993: aboliamo il proporzionale, passiamo a un sistema tendenzialmente maggioritario, così da semplificare il panorama politico in parlamento, eliminare i partitini, far sì che i grandi partiti possano esprimere governi stabili ed efficienti. Basta guardare che cosa è accaduto, quanti sono i gruppi parlamentari in Parlamento per capire che la cosa non ha funzionato. Del resto, uno dei vizi della nostra vita politica, che non è da imputare alla legge elettorale ma al costume politico, è il trasformismo. E’ stato calcolato che nella passata legislatura circa 150 parlamentari hanno cambiato casacca. Non si può certo vietare ai parlamentari di uscire dal proprio gruppo, di entrare in un altro o di fondarne di nuovi. La questione non riguarda la legge. Lo diceva anche Montesquieu : i cattivi costumi si cambiano con i buoni costumi non con le leggi, perché sono i cattivi costumi a inquinare il funzionamento delle leggi.

In realtà però sul banco degli imputati c’è il cosiddetto “Porcellum”, la legge elettorale approvata nel 2005 e bocciata dalla Corte Costituzionale

In Italia è prevalsa l’idea secondo la quale il cosiddetto Porcellum, il sistema elettorale che abbiamo avuto nelle ultime due tornate elettorali, sia l’origine di tutti i nostri mali

Ed è così?

I vizi del Porcellum che la Corte Costituzionale ha censurato e ha dichiarato incostituzionali sono tre: la mancanza delle preferenze; il premio di maggioranza abnorme, in contrasto con il principio di giustizia elettorale e con le esigenze della rappresentatività, che attribuisce il 55% dei seggi al partito o alla coalizione che prevale sulle altre; il premio di maggioranza assegnato con criteri diversi tra i due rami del parlamento, con l’effetto che al senato non si è riprodotta la medesima maggioranza della camera. Risultato: poiché siamo in un sistema di bicameralismo perfetto, se le due camere hanno maggioranze diverse, l’attività legislativa rischia di essere bloccata. Idem per la formazione del Governo che deve ottenere la fiducia dalle due camere. Tra i vizi, secondo me il peggiore è quest’ultimo. E lo dimostrano le ultime elezioni: i premi di maggioranza assegnati al senato su base regionale hanno fatto sì che la coalizione che ha vinto alla Camera (il centrosinistra) non avesse la maggioranza al Senato

Ma non sarebbe meglio stabilire a priori che per modificare la legge elettorale non basta la maggioranza semplice ma ci vuole, in Parlamento, una maggioranza qualificata?

Certo, ma questo dovrebbe essere stabilito da una legge costituzionale e per approvarla serve un iter lungo. Già adesso è difficile cambiare la legge elettorale… Visto che il problema non sta nella legge elettorale ma nel costume politico e nel funzionamento dei partiti non sarebbe il caso di approvare norme che regolamentino il funzionamento dei partiti? Sì, sono 60 anni che si dice che sarebbe necessario regolare la vita interna dei partiti in maniera che non ci sia un capo supremo che decide tutto. Ci vorrebbe una legge che preveda meccanismi di formazione della volontà dei partiti, coinvolgendo gli iscritti. Ma questa legge sui partiti chi dovrebbe farla? I partiti stessi. Questo spiega perché se ne parla 60 anni senza che nulla avvenga.

Siamo arrivati all’Italicum. Quali sono i pregi e quali i dìfetti?

Vediamo intanto di cosa si tratta. Intanto non sono previste le preferenze ma si creano collegi elettorali piccoli con liste di candidati con pochi nomi così che l’elettore sia in grado di conoscere i candidati per cui vota. L’altro punto è quello della soglia minima e della soglia massima.Lo sbarramento verso il basso è il 4,5 per cento; la soglia massima 37 per cento. Questo vuol dire che i partiti che non raggiungono il 4,5 per cento non entrano in parlamento. Certo, possono allearsi con un partito più grosso ma se non raggiungono il 4,5% portano solo acqua al partito più forte e non ottengono nulla. E’ un punto critico sul piano della giustizia elettorale ed è probabile che in Parlamento qualche modifica ci sia.Poi c’è la soglia massima fissata al 37%. Tradotto: se nessun partito o coalizione ottiene il 37 per cento, si va al ballottaggio tra i due che hanno ottenuto più voti. E questa è l’unica cosa dell’Italicum che a me sembra buona.

Perché è così difficile il cammino verso una nuova legge elettorale?

Bisogna chiedersi: a chi interessano le leggi elettorali? Ai cittadini elettori? In realtà interessano ai partiti che ragionano sulla base dei loro interessi e dei sondaggi. Questo fa sì che sia difficilissimo trovare un’intesa, una soluzione che faccia comodo a tutti. Adesso c’è l’accordo tra Renzi e Berlusconi, uniti dall’interesse di far fuori i piccoli partiti e giocarsela tra di loro. L’accordo regge perché tutti e due sperano, con l’Italicum, di vincere. I sondaggi di questi giorni dicono che Berlusconi potrebbe vincere al primo turno superando la quota del 37 per cento. Ma gli stessi sondaggi dicono che, se nessuno dei due contendenti ottenesse quota 37 per cento, al secondo turno vincerebbe Renzi. Tutto questo senza fare i conti con i 5 Stelle che se succedesse qualcosa di clamoroso potrebbero anche fare il pieno dei voti.

Ma secondo lei l’Italicum arriverà a destinazione?

Penso che faticherà parecchio ad arrivare in porto. Il rischio che non se ne faccia nulla è elevato. E’ chiaro che Matteo Renzi sulla legge elettorale, sulla riforma del Senato e sulla cancellazione delle Province si sta giocando tutto. Ma bisogna vedere se il partito, i deputati e i senatori lo seguono. Nel Pd c’è un certo malcontento e c’è il timore, una volta passata la legge elettorale, che si vada alle elezioni e le si perda. Sarebbe la fine del Pd. Il rischio quindi è che non se ne faccia nulla. Chiaro che a quel punto resterebbe in piedi la legge elettorale disegnata dalla sentenza della Corte Costituzionale, con un sistema proporzionale puro; si tratterebbe di un ritorno al 1948

Poi c’è l’altro capitolo dell’accordo Renzi-Berlusconi con il superamento del bicameralismo perfetto e la trasformazione del Senato

Che però implica la riforma della Costituzione, con una procedura molto lunga. Nei prossimi giorni ci sarà una riunione del Pd in cui Renzi spiegherà che cosa ha in testa. Ad esempio oggi non è chiaro se la riforma elettorale, sempre che giunga in porto, diventi operativa solo nel momento in cui ci sarà la cancellazione, o meglio la trasformazione del Senato. Perché se sarà così, fino a quel momento rimarrà in vigore la legge elettorale disegnata dalla Corte

Ma l’Italicum vale solo per la Camera o anche per il Senato?

Questo al momento attuale non è affatto chiaro

Quindi l’Italicum potrebbe essere applicato anche per il Senato

Nessuno l’ha escluso. L’ipotesi però pare essere quella che la legge elettorale contenga una norma finale che stabiliscache le nuove regole valgono solo per la Camera dei Deputati e che saranno operative solo nel momento in cui non avremo più il Senato. E comunque anche la strada verso l’abolizione o la trasformazione del Senato è irta di scogli. E nel frattempo rimane in piedi un sistema proporzionale. Per cui se succede una crisi di governo improvvisa con lo scioglimento delle camere, rischiamo di trovarci con l’elezione di camera e Senato con la proporzionale. E ne uscirà un Parlamento composto da tantissimi partiti e una situazione di ingovernabilità. Come si vede viviamo nell’incertezza.

L’altra faccia di questo discorso è la riforma enti locali, con l’abolizione delle province. Ma non c’è l’impressione che si proceda in modo pasticciato e caotico senza disegno preciso?

Si è messo in moto un meccanismo che comporterà periodi di incertezza e difficoltà. L’abolizione delle Province? In realtà si discute se le Province debbano rimanere in piedi con un sistema di elezione di secondo grado da parte dei comuni anche se la Costituzione ha immaginato le Province come enti autonomi, espressione della democrazia, con rappresentanti eletti direttamente. Possiamo trasformarle in enti di secondo grado? E’ un punto interrogativo su cui il ministro Del Rio ha fatto una proposta che ha incontrato delle obiezioni.

Lei cosa pensa?

Che se proprio volessimo semplificare il sistema degli enti locali, sarebbero le Regioni e non le Province da abolire. La diffusione della corruzione è presente più nelle Regioni che altrove… E poi sarebbe più facile riorganizzare le funzioni degli enti locali, assegnando alle Province il compito di coordinare le funzioni di area vasta. Tra l’altro, è la stessa Corte dei Conti a dire che il risparmio che deriverà dalla cancellazione delle Province sarà minimo. Il punto, secondo me, è che le difficoltà organizzative moltissime e ci siamo allegramente incamminando verso un incartamento

Una domanda sulla Valle di Susa e sulla Torino-Lione. Al di là di come la si pensi, non le sembra che sarebbe ora di affrontare i nodi dei rapporti tra le grandi istituzioni (dall’Unione Europea, al Governo, alla Regione) e le comunità locali? Come reinventare il rapporto tra Stato centrale e istituzioni locali sulle grandi opere ma non solo?

In valle di Susa si ha un esempio della difficoltà di funzionamento della democrazia. Quando le decisioni sono “nazionali” è giusto che sia l’istituzione nazionale a decidere. Ma ci sono decisioni che impattano sui territori locali, e quindi sugli interessi delle comunità locali. Come si affrontano questi problemi? Come risolvere il conflitto tra interesse generale e interesse locale? Sono punti interrogativi aperti a cui la teoria costituzionale non dà risposte. E allora servono soluzioni pragmatiche con il coinvolgimento delle comunità che vengono colpite, con procedure partecipative sulle soluzioni da adottare che abbiano conseguenze le meno devastanti possibile sull’ambiente. E si mettono in campo degli incentivi per risarcire le conseguenze negative derivanti dall’opera, attraverso le quali la collettività nazionale si assume l’onere di compensare l’eventuale danno. Tutto questo però non può che avvenire attraverso procedure consensuali, in cui la comunità nazionale, cioè il governo, mette sul piatto della bilancia le compensazioni

E se non si riesce a risolvere il conflitto?

Se tra gli interessi locali ci sono diritti fondamentali, come il diritto alla salute, allora deve prevalere l’interesse locale, perché non si può mettere a rischio la vita e la salute delle persone. Se si tratta di interessi economici o “ambientali” (che non equivalgono il diritto alla salute, inviolabile come scritto nella Costituzione), allora ci può essere un trattativa che preveda compensazioni.

Il card. Bagnasco ha detto che viene prima il lavoro ai disoccupati e poi la riforma dello Stato. In più, che dire del clima avvelenato che si respira oggi nella politica italiana, dove prevalgono gli insulti e gli avversari politici diventano nemici da annientare? Come se ne esce?

Il buon senso direbbe che in una situazione disagio sociale, di mancanza di lavoro, di prospettive per primi vanno affrontati i problemi sociali . Però c’è un’obiezione a cui non mi sento di dare torto. Che senza una riforma istituzionale oggi non ci sono gli strumenti politico costituzionali per affrontare le questioni economiche e sociali. Viviamo in un mondo di corporazioni, di veti reciproci ed è difficile fare qualcosa fino a quando non ci sarà un governo forte e un parlamento semplificato Sul clima avvelenato della politica, sono convinto che la situazione sia ormai sfuggita di mano. Temo che non vi sia oggi riforma legale o costituzionale capace di ricollegare cittadini e mondo politico. La divaricazione è tale per cui non è risparmiando un miliardo sulle spese della politica o abolendo le province che i cittadini si convincono che la classe politica sia diventata buona. La stessa legge sul finanziamento pubblico dei partiti rischia di non riattivare un circuito fiduciario tra cittadini, partiti, istituzioni. Temo anche che il processo di implosione del sistema politico amministrativo non sia ancora giunto alla fine. Insomma, il mio animo in questo momento non è propriamente ottimista. Certo, la storia continua, non si ferma, e prima o poi ci toccherà mettere mano alla costruzione di un sistema di rappresentanza e di governo migliore dell’attuale.

 

Bruno Andolfatto