Daniele Pallone

Daniele Pallone

Una settimana fa, domenica sera 9 luglio, sembrava un incidente come tanti. Tragico, certo, ma non diverso dalle tante (troppe) disgrazie che ogni estate falciano la vita di tanti motociclisti che solcano le strade delle montagne. Pochi minuti per capire che stavolta, le cose non stavano proprio in questo modo. A uccidere Elisa Ferrero, 27 anni di Moncalieri, e a ferire gravemente Matteo Penna, nella rotonda del Gravio di Condove, è stato un minivan, lanciato contro la moto su cui viaggiavano i due ragazzi, da Matteo Del Giudice. Probabile causa: un diverbio tra automobilista e motociclista. Del fatto ne hanno parlato e scritto tutti i giornali e le tivù.

Pochi, fino ad oggi, hanno provato a cercare una spiegazione, ammesso che ci sia. A tentare di capire come mai le strade, oggi, si siano trasformate in un far west moderno. E quali siano gli istinti, i meccanismi (tasso alcolico a parte) alla base di comportamenti aggressivi che portano addirittura a uccidere.

Daniele Pallone, 63 anni, presidente dell’associazione “Il Melo” (Centro Studi per la cura del bambino e della famiglia”) è uno psicologo e psicoterapeuta torinese. Gli abbiamo chiesto di aiutarci a capirne qualcosa.

Che cosa è successo nella testa dell’artigiano che si è scagliato contro la moto di Matteo Penna ed Elisa Ferrero?

Pochi istanti- risponde Pallone – possono cambiare il destino di molte vite e questa drammatica pagina di cronaca ci fa percepire impotenza e ci spinge a ricercare meccanismi e istinti che stanno alla base di comportamenti disumani. Dobbiamo però evitare di “rassicurarci” ritenendo che tali azioni siano relegate in un contesto “disturbato”; ritengo limitativo interpretare questi fatti attraverso chiavi di lettura diagnostiche.

Che cosa significa?

Dobbiamo pensare che chiunque di noi, in determinate circostanze, può infierire contro un altro essere umano. Tentare di spiegare fatti come quello di domenica attraverso la ricerca dei meccanismi mentali distorti, che possono fare riferimento ai concetti di “raptus” o “disturbo mentale”, per dare senso a una violenza e a un delitto insensato è un tentativo di tranquillizzarci, pensando che a noi non possa mai capitare. E invece dobbiamo essere consapevoli che in ciascuno di noi esiste una quota di violenza, di crudeltà, di ferocia.

Che cosa ha da dirci la tragedia di Condove?

La morte di questa ragazza e il dramma che sta vivendo il suo fidanzato, ancora appeso tra la vita e la morte, devono essere un monito per noi tutti che ci abbruttiamo ogni qualvolta ci mettiamo al volante delle nostre auto. Anche noi, che ci consideriamo persone non colleriche o aggressive, possiamo trasformarci in individui provocatori e aggressivi.

Perché si diventa aggressivi?

Negli agiti violenti il soggetto perde la capacità di valutare le proprie azioni e le conseguenze che ne derivano, e non necessariamente perché sia diagnosticabile una patologia psichiatrica ma perché il clima sociale e culturale in cui viviamo appare soggiogato, dominato, tenuto in scacco dalla prevaricazione sull’altro diverso da noi: altro moglie, altro compagna, altro figlio, vicino di casa o come in questo caso motociclista che probabilmente si è solo lamentato per una manovra pericolosa subita. Il meccanismo dell’intolleranza e della prevaricazione esercitato dall’aggressore ha l’obiettivo di annullare nell’altra persona la sua dignità e la sua umanità; è la vittoria dell’apologia di se stessi che vuole sopraffare e annullare la presenza dell’altro. L’esplosione di agiti violenti si alimenta di aspetti soggettivi, relazionali, e psichici; in ogni persona agiscono, nella formazione psichica ed emotiva, azioni e comportamenti relativi alla propria storia, relativi al contesto in cui si cresce. Ma vorrei aggiungere che gli agiti violenti sono da mettere in relazione alla sempre più crescente incapacità di tollerare la frustrazione, così come non infrequentemente la violenza ha origine da episodi di dissociazione, amplificati dall’ uso di sostanze, ad esempio la cocaina, che legittimano agli occhi del colpevole l’aggressione violenta.

Come aiutare le persone a ‘controllarsi’, a non lasciarsi prendere e dominare dall’aggressività?

Vorrei saperle dare una risposta rassicurante, ma così non è. Credo si tratti di intraprendere un progetto culturale e di prevenzione che possa permettere di pensare un modo diverso di concepirsi, in particolare da parte del genere maschile, dentro il contesto civile. Talvolta ci sono percorsi di riabilitazione ma solo dopo che il dramma si è consumato. Se gli autori della violenza non hanno la percezione e la consapevolezza del loro problema, è impossibile poter intervenire; o viene sostenuto da un familiare che lo sprona a farsi aiutare, o non c’è nulla da fare. Altre volte, ma solo dopo che i comportamenti hanno determinato drammi e dolore, può intervenire la magistratura con prescrizioni che obbligano il soggetto ad un percorso terapeutico, ma questo avviene in un contesto coatto, quindi obbligato, e spesso non dà risultati, inoltre chi sostiene i costi?

Come dobbiamo agire in una situazione che ci pone di fronte a un automoblista aggressivo?

Penso che l’unica strategia sia quella di evitare. Non voglio certo colpevolizzare i due giovani motociclisti, che sono e rimangono le vittime di una aggressione crudele, ma tentare di allargare lo sguardo oltre il dramma avvenuto domenica. Se pensiamo a tre comportamenti prevalenti dell’essere umano, quello aggressivo, quello passivo e quello assertivo, cioè quello che tenta di far ragionare l’altro, di mediare, di proporsi in maniera calma e riflessiva, in via teorica l’ultima appare la soluzione più adeguata. In realtà, in queste situazioni che, a partire da un banale diverbio, mettono a rischio la vita, l’unica strategia valida è quella di assumere un comportamento passivo, evitante. Non c’è nulla di male nel percepire che stiamo subendo una ingiustizia, ma possiamo tollerarla evitando di entrare in contrapposizione con un individuo che può stravolgere il corso della nostra vita. Non ritengo che questo atteggiamento possa essere una condizione di debolezza.

E quindi cosa dobbiamo fare?

Suggerisco di mantenere la calma, chiedendoci quale sia il valore che può avere per noi, bloccare la nostra vettura, o la nostra bicicletta, per fermarci a discutere con una persona prepotente, aggressiva, crudele che potrebbe infine farci del male. Dobbiamo essere consapevoli che il problema è solo suo e non nostro; dobbiamo mantenere la consapevolezza del nostro valore a prescindere da ciò che ci viene attribuito da colui che ci aggredisce; dobbiamo sforzarci di pensare che nulla di veramente importante è in gioco, che non vale la pena fermarsi tentando di far ragionare un automobilista violento. Dobbiamo essere convinti che abbiamo il diritto di proteggerci dalle minacce fisiche.

Non sarebbe il caso di affrontare questo problema anche nei progetti di educazione stradale nelle scuole e nei corsi di preparazione al conseguimento della patente?

Sì, sarebbe importante. Purtroppo si investe sempre meno nella prevenzione mentre servirebbe un impegno culturale e politico. La scuola, in particolare, può intervenire inserendo riflessioni e stimoli all’interno di un percorso educativo ampio di educazione alla legalità dove si trattino la funzione delle regole nella vita sociale, i valori civili per ripensare non solo ai nostri diritti ma anche ai nostri doveri. Devo aggiungere però che non possiamo delegare alla scuola ciò che un genitore dovrebbe fare, non possiamo pensare che questa istituzione possa risolvere tutti i problemi della nostra società. Se il genitore al primo torto stradale che pensa di aver subito, o al parcheggio conteso, o alla frustrazione di rimanere in coda comincia ad aggredire, insultare, sbraitare o minacciare, allora la scuola può fare solo un piccolo rattoppo. Mentre per quanto concerne la violenza stradale in senso stretto, declinata in tutte le sue variabili, penso che in sede di richiesta della patente di guida, così come nelle procedure di rinnovo, sarebbe opportuno un approfondimento diagnostico indagando ad esempio sugli aspetti di impulsività incontrollata, così come durante la scuola guida potrebbe essere fatta una sensibilizzazioneinformazione sull’importanza di pensare una “guida sicura emotiva”. Le “scuole guida” dovrebbero farsi carico non solo della competenza pratica nelle manovre di parcheggio o della conoscenza delle norme che regolano il codice della strada, ma anche di dare spazio alle modalità di rapporto tra i vari utenti della strada, dai pedoni ai ciclisti, dai mezzi pubblici alle vetture.