betoniereScrittori e proteste,  parole e sabotaggi, Tav e valle di Susa. E’ giusto che un intellettuale giustifichi la violenza?  Per uno scrittore che, lontano dalla valle di Susa, invita a “sabotare” la Tav eccone un altro che, dal cuore della valle, grida il suo dolore per “una terra divisa al suo interno, come se si fosse scatenata la peggiore delle guerre fratricide”.

Lui è Sergio Pent, classe 1952; conosce la Valle di Susa come le sue tasche, visto che qui è nato e cresciuto, al punto da costruire in questi luoghi “la geografia dell’anima” dei suoi romanzi

Ci ha pensato un bel po’, Pent, prima di lasciarsi andare a una “lettera sfogo” indirizzata alla sua Valle, in cui non manca di polemizzare “con Erri De Luca e i suoi inviti a distruggere “le macchine di morte” che poi sono ruspe, camion, betoniere delle imprese che lavorano per la Tav”.

Di seguito, il testo integrale della lettera aperta di Sergio Pent:

LETTERA PER LA MIA VALLE

(di Sergio Pent)

“Sono un valsusino. Sono uno scrittore. Sono uno scrittore valsusino, e mi trovo a sottolinearlo anche con un certo orgoglio. La val di Susa – geografia dell’anima – ha sempre avuto spazio e vento e parole nei miei romanzi, almeno due dei quali, “La nebbia dentro” e il recente “La casa delle castagne”, sono veri e propri atti d’amore nei confronti del mio luogo d’origine, con tutti i suoi colori, le stagioni, le montagne e gli odori del tempo che scivola su verso il confine, giù verso la città in cui da oltre vent’anni vivo.

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Sergio Pent

Non ho mai preteso di coltivare doti da tuttologo o sociologo della domenica, né tantomeno da ambientalista fervente o tecnico delle grandi opere, e non sono quindi mai intervenuto a “dire la mia” su una questione ormai più che drammatica riguardante l’aspra questione dell’alta velocità: NO TAV o SI TAV sono diventate in questi anni recenti espressione di un modo d’essere, più che di una ideologia, sia essa di salvaguardia del territorio o di modernità unificante magari in ritardo di qualche stagione. Credo sia compito di altre entità agire in un senso o nell’altro, fare proprie con discrezione le ragioni di un immobilismo o far capire che un’opera come la TAV serve, è utile, alla valle e all’Europa.

Le ragioni di una popolazione vanno spesso al di là di un momentaneo furore, ma se il furore diventa istigazione a delinquere da parte dei capipopolo che lanciano sassi verbali pesantissimi e poi ritirano la mano guardando da lontano cosa succede, o cosa sono riusciti a provocare, allora il passo dalla protesta alla violenza civile e al terrorismo è assai breve.

Anche in tempi di fragole e sangue e attentati al potere c’erano gli ideologi vocianti e le manovalanze addette a gambizzare o a innescare bombe.

Ma, mi permetto di dire, non è solo questo il problema.

Ciò che mi addolora – nel profondo – è vedere una valle divisa al suo interno, come se si fosse scatenata la peggiore delle guerre fratricide, e non credo davvero che anche i più accaniti sostenitori NO TAV siano entusiasti di vedersi ritrarre come terroristi o attentatori dello Stato. Io credo che le solide ragioni di un territorio e della sua gente debbano riuscire a tamponare le falle create dalle infiltrazioni di gente venuta da lontano, che con la val di Susa non ha nulla da spartire.

Mi dispiace veder violentare la mia terra in questo modo, vederla impoverire nelle occasioni di futuro, vittima più di qualche arruffapopolo senza problemi economici che di un movimento che ha saputo, negli anni e con una ferma volontà di dialogo, costringere gli ideatori a modificare il progetto iniziale dell’alta velocità.

Grazie a questi veri NO TAV lo sventramento della valle si è ridotto a un buco in una montagna, un lungo tunnel verso l’Europa. Ora, non spetta a me dire se sia più utile salvaguardare quell’angolo di valle o vedere, in prospettiva, le opportunità economiche e lavorative che potrebbero cadere come una pioggia benefica su un territorio in profonda crisi: non rientra, ripeto, nelle mie reali capacità di valutazione.

Al problema concreto di sempre e agli atti recenti di sabotaggio si è aggiunta – tra l’altro – una querelle socio-politico-letteraria che vede come portavoce lo scrittore Erri De Luca, con i suoi inviti aperti a distruggere le macchine di morte, cioè ruspe, camion, betoniere delle imprese che lavorano per la TAV.

Erri De Luca vive in un Paese abbastanza libero in cui anche i pluricondannati – purché ricchi – sono liberi, per cui è quindi lecito che esprima le sue lontane opinioni. E sottolineo lontane perché, al di là di una sommaria conoscenza dei fatti, tutto ciò che fa entrare nel merito locale gente pronta a farsi notare, diventa banale populismo.

Infatti a De Luca si sono accodati – magari neanche conoscendo la collocazione geografica della val di Susa – non pochi scrittori di area più politica che letteraria – come se la TAV fosse una questione di destra o di sinistra – appoggiandolo nelle opinioni e difendendolo dagli attacchi – a loro volta opportunisti e strettamente politici – di un centrodestra che invita i lettori a sabotare invece i libri di De Luca.

Quando persone di un certo rilievo pubblico, di una certa visibilità anche sociale, si mettono in mostra per difendere una qualunque causa di cui magari non conoscono nulla – come chi giudica il libro dalla copertina – si può stare quasi certi che è per difendere una propria remota e inossidabile ideologia, non certo per sacrificarsi sull’altare di una protesta concreta.

Mettersi in mostra in questo modo – sta accadendo anche con le farneticazioni di Gianni Vattimo – non è utile a nessuno, tantomeno alla valle e ai suoi abitanti, che dovrebbero, a questo drammatico punto della situazione, sfilare in massa innanzitutto contro la violenza che arriva da fuori.

NO TAV e SI TAV insieme, per una volta, a difendere la valle e i suoi colori, ma non dalle ruspe, bensì dai falsi ideologi e dai portatori di guerre fratricide, ripeto, l’aspetto che più mi rattrista. Una festa valsusina, un modo per confrontarsi e guardare le montagne che stanno salutando l’estate, cercando di ragionare sul futuro sempre più precario di una valle che negli anni Sessanta era un modello industriale, e non più tanto sulle questioni etiche, partigiane, minimaliste, che hanno chiuso a riccio tutti quanti, anno dopo anno, nelle loro convinzioni a senso unico.

E’ questa la “mia” val di Susa: il terreno fertile del futuro, il luogo ancora vivibile di un popolo che non è fatto di “ottusi montanari” – come è arrivata a sostenere certa opinione pubblica – ma di persone vere e coraggiose, che sanno difendere i propri diritti ma che non chiudono la porta alle opportunità di un cambiamento che non lasci allontanare i giovani e il lavoro.

E’ questa la valle che ho sempre cercato di raccontare nei miei romanzi, e mi dispiace profondamente che sia invece diventata un luogo comune, il punto di raccolta di troppi opportunismi. E ora anche di esecrabile violenza nei confronti di chi – nel bene o nel male – sta comunque cercando di portare a casa la pagnotta.

In quanto a boicottare i libri di Erri De Luca, non ne farei personalmente una questione politica, ma di gusto.

 Sergio Pent

Sergio Pent nasce a S. Antonino di Susa (To) il 23 agosto 1952. Vive a Torino. Critico letterario per quotidiani e riviste, tra cui “Tuttolibri” de “La Stampa, ha pubblicato i romanzi “La cassetta dei trucchi” (Sabatelli, 1986), “Le nespole” (Forum, 1987), il romanzo per ragazzi “L’ultimo circo” (Morra, 1997), “Il custode del museo dei giocattoli” (Mondadori, 2001), finalista allo Strega, “Un cuore muto” (E/O 2005). “La nebbia dentro (Rizzoli, 2007), “Piove anche a Roma” (Aliberti, 2012), La Casa delle Castagne (Barbera, 2013).