La cronaca ce lo ricorda quasi tutti i giorni: gli atti di bullismo non avvengono soltanto nelle scuole o all’esterno degli edifici scolastici ma corrono sul web attraverso i computer, i tablet e, soprattutto, i telefonini perennemente connessi a Internet. Il cyberbullismo è la vera emergenza che coinvolge, e troppo spesso sconvolge, la vita dei nostri ragazzi. Un fenomeno che ci riguarda da vicino

 (inchiesta pubblicata su La Valsusa  del 29 settembre 2016)

Flavio Pieroni

Flavio Pieroni

E’ successo in un paese della valle di Susa qualche tempo fa. Una ragazza adolescente“posta” una sua foto in costume a un suo amico su whatsapp che, a sua volta, la inserisce su un “gruppo” whatsapp al quale però partecipa un adulto, residente in una provincia distante qualche centinaio di km, che si finge coetaneo dei ragazzi. I ragazzi non considerano che su questi gruppi compare il numero di cellulare di ciascun partecipante, compreso quello della ragazza ritratta nella foto. L’adulto contatta la ragazza e, fingendosi un coetaneo, le chiede altre foto. Sembra un gioco, una “piccola trasgressione” che però si trasforma in una vera e propria persecuzione. Le richieste di fotografie diventano incessanti. La ragazza vorrebbe smettere, capisce che c’è qualcosa di strano. Ma le richieste si trasformano in ricatti: “ O mi mandi altre foto, oppure pubblico sul web quelle che mi hai mandato”. La ragazza inizia a star male, il suo rendimento scolastico cala e manifesta altri segni di disagio. Insegnanti e genitori sono preoccupati. Alla fine la verità viene a galla. Vengono avvisati i carabinieri che indagano e risalgono al ricattatore che viene denunciato alla Procura della sua città dove viene avviato un procedimento nei suoi confronti. Il caso è risolto ma alla ragazza rimane il danno subito, il disagio, la sofferenza. E’ solo un caso, uno tra i tanti. “ Ma è emblematico – ci dice il Capitano Flavio Pieroni, comandante della Compagnia dei carabinieri di Susa di quanta leggerezza e superficialità ci sia, nei ragazzi, sulla pericolosità di un certo utilizzo di internet e dei telefonini”.

Il fenomeno, in termini tecnici, viene chiamato “cyberbullismo”.

Carabinieri e forze dell’ordine – aggiunge Pieroni – hanno tutti gli strumenti per cercare gli autori di reati di cyber bullismo e di pedopornografia, per ricostruire i fatti e per denunciare i colpevoli”. Insomma, gli strumenti per riparare il danno ci sono. Il punto è un altro. Per affrontare il fenomeno è necessaria la prevenzione. Che vuol dire soprattutto informare i ragazzi sui rischi legati ai social network (come Facebook) e ai servizi di messaggistica (come Whatsapp e Instagram). Così, proprio l’Arma dei Carabinieri ha messo a punto un progetto culturale sulla legalità che coinvolge le scuole di tutta Italia: “ Andiamo direttamente nelle aule a parlare di droga, bullismo e della sicurezza su Internet” dice Pieroni. Così i carabinieri di Susa “girano” le scuole medie e superiori della valle, con una media di una decina di incontri all’anno nei quali parlano a centinaia di ragazzi e ragazze. “ Da questi incontri emerge come gli insegnanti siano preoccupati e percepiscano molto bene il problema” evidenzia il capitano. E i ragazzi come reagiscono? “ Secondo me hanno una consapevolezza limitata dei rischi che corrono sul web. Forse perché dai genitori ricevono raccomandazioni altrettanto generiche, non supportate da informazioni specifiche e concrete sui comportamenti da evitare”.

Insomma, mancano gli esempi concreti, le cosiddette “istruzioni per l’uso”. “ Per questo negli incontri facciamo molti esempi pratici sui comportamenti potenzialmente pericolosi”. Un esempio? Fare attenzione a dare l’amicizia su Facebook. Può capitare che questo avvenga con uno sconosciuto, magari distante centinaia di km che utilizza un falso profilo, si finge coetaneo e che in pochissimi minuti ruba foto e informazioni da utilizzare per altri fini.

Occorre sensibilizzare i ragazzi quindi, ma ancor prima i loro genitori: “ Devono essere consapevoli dei rischi che corrono i figli, essere in grado di orientarli, di “monitare”, per quanto possibile, i loro comportamenti sui social. Non si deve sottovalutare il rischio che vengano adescati o convinti a “postare” foto a sconosciuti magari mentre sono chiusi nella loro cameretta a chattare con il computer o col telefonino o che, attraverso i social, vengano presi di mira dai coetanei con veri e propri atti di bullismo virtuale”.

Come dice il saggio: prevenire è meglio che curare. Il vecchio consiglio di non accettare caramelle dagli sconosciuti va adeguato agli strumenti della modernità. Prima che sia troppo tardi.

Bruno Andolfatto