Provate a calpestare un filo d’erba e questo, con lentezza ma pure con orgoglio, tornerà nella posizione eretta di poco prima. Provate a piegare Rocco Mangiardi con le minacce a lui, alla sua famiglia e alla sua attività. Provate a chiedergli il pizzo per consentirgli di continuare a lavorare nella sua splendida e contraddittoria Calabria e lui si comporterà esattamente come il filo d’erba: incasserà il colpo, ma dirà “No!” e tornerà con la schiena dritta. Rocco Mangiardi ha fatto una scelta di giustizia: ha fatto arrestare i suoi estorsori, quelli che hanno provato a portargli via il suo negozio di autoricambi di via del Progresso a Lamezia Terme, messo in piedi con anni di sacrifici, con sudore e fatica, supportato dai suoi famigliari e dagli amici più stretti. I due carabinieri che gli sono stati assegnati di scorta, in quanto “testimone di giustizia”, gli ricordano, ogni giorno, con la loro presenza, la sua scelta, ma lui non se ne pente, perché al mattino può ancora guardarsi allo specchio senza provare vergogna e, soprattutto, può guardare in faccia i suoi cari.

Rocco ha scritto un libro di poesie, dove si può trovare, nero su bianco, la metafora del filo d’erba e tante altre metafore pure più preziose. Il libro s’intitola “Poesie d’amore, di fede e di ciarpame” (Calabria Edizioni, 10 euro) ed è pieno di amore: per la vita, per la famiglia e soprattutto per la Libertà, quella con la “l” maiuscola.

È pieno di fede: nella Giustizia, che prima o poi trionferà, nelle sue decisioni, nella consapevolezza che la morte, quando arriverà, lo coglierà vivo, perché i morti sono altri. Ed è pieno di ciarpame, quel ciarpame, bello e brutto, che caratterizza ogni vita. Rocco è molto noto per il suo impegno pubblico contro le mafie: è amico di don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, e può permettersi di chiedere ad Agnese Moro, figlia del grande statista Aldo, di scrivergli la prefazione alla sua raccolta di poesie, ma Rocco è un uomo, non è un supereroe. Egli è un uomo che ha scelto di essere Uomo e si arrabbia, quando qualcuno lo chiama “eroe”, perché essere eroi significa arrivare laddove nessun altro può arrivare, mentre chiunque, in Calabria, in Piemonte, ovunque dovrebbe fare ciò che ha fatto Rocco. Considerare Rocco un eroe vuol dire deresponsabilizzare noi stessi, pensare che no, non ce la possiamo fare, invece non ce la vogliamo fare. Che è diverso. Profondamente diverso. Rocco è un amico che a Giaveno ha lasciato il segno, parlando, l’anno scorso, agli studenti dell’Istituto “Pascal” di come chiunque possa essere, se lo vuole, un essere umano con la schiena dritta, come un filo d’erba calpestato che alla fine si risolleva e torna a guardare il cielo.