Con la parola “autismo” si dice tutto e, contemporaneamente, non si dice nulla. Le pressoché infinite sfaccettature ne impediscono una definizione univoca e “ferma” una volta per tutte, tanto più se si considera che l’autismo come lo intendiamo noi oggi è studiato appena dal 1943, da quando cioè lo psichiatra Leo Kanner cominciò a descrivere alcune caratteristiche che gli autistici hanno in comune fra loro. “Basso funzionamento” e “alto funzionamento” (cioè la minore o maggiore capacità di essere autonomi e di rapportarsi con il mondo e con le altre persone) sono poi due sottocategorie dell’autismo che, forse, complicano ulteriormente le cose. Medicina e Psicologia continuano il loro percorso, spesso accidentato, cercando di comprendere e aiutare le persone autistiche, ma sono sovente queste ultime che aiutano sé stesse a spiegare al mondo chi realmente siano. “Sei personaggi in cerca di autismi” (Edizioni LSWR, 9,90 euro) ne è un esempio: in questo libro, dal titolo volutamente pirandelliano, un omaggio allo scrittore che, forse più di tutti, indagò l’animo umano, sei autori “Asperger” (ossia caratterizzati da un autismo “lieve” che non implica nessun ritardo cognitivo, anzi) provano a spiegare ai “neurotipici”, cioè alle persone “normali”, che cosa significhi essere degli individui “neurodiversi”, attraverso un’inedita “diagnosi retrospettiva” fatta su alcuni personaggi realmente esistiti (alcuni ancora viventi) che avevano/ hanno buone probabilità di essere (stati) Asperger, autistici ad alto funzionamento. Personaggi spesso geniali, ma umanamente né migliori né peggiori degli altri, semplicemente diversi. Le vite sovente travagliate e le opere quasi sempre inarrivabili del compositore Wolfgang Amadeus Mozart, della filosofa Simone Weil, del fisico Richard Feynman e di altri geni dell’umanità vengono sottoposte alla lente d’ingrandimento di sei autori Asperger che tentano di descrivere le difficoltà relazionali e la fatica che soggetti “neurodiversi” provano quotidianamente nel vivere in un mondo creato da “neurotipici per neurotipici”. Fra loro c’è anche l’educatore giavenese Claudio Ughetto, che ha scoperto di essere Asperger all’età di 47 anni (una diagnosi precoce è ancora molto rara, nonostante i progressi della ricerca). Ughetto descrive, in una dozzina di agili pagine, la vita piuttosto tribolata di Simone Weil, sovrapponendola alla propria e trovando diversi punti in comune con essa. “L’immagine di Asperger che forse molti hanno in mente è quella di Sheldon Cooper, il fisico simpaticamente mattacchione della serie televisiva The Big Bang Theory, caratterizzato da un intelletto non comune ma pure da atteggiamenti ossessivo- compulsivi — spiega Ughetto — Pur non essendo una rappresentazione così lontana dalla realtà, quella di Sheldon rimane comunque una semplificazione di ciò che significa essere Asperger. Il nostro modo  diverso di percepire sensazioni ed emozioni ci porta spesso a non essere compresi da chi invece vive la propria vita in maniera più ‘normale’”. Ma può un Asperger vivere un’esistenza normale? Secondo Ughetto (e non soltanto secondo lui) sì, a patto che i neurodiversi si sforzino di conoscere l’universo dei neurotipici e ne imitino i comportamenti, senza tuttavia mai negare la propria natura. “Gli Asperger possono essere un prezioso ponte che collega i neurotipici con le persone autistiche a basso funzionamento, sprofondate cioè nel loro mondo, perché sono spesso in grado di comunicare, sebbene a fatica, con entrambi gli universi”, conclude Ughetto.

Alberto Tessa

Claudio Ughetto, uno dei sei autori del libro

 

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