Se n’è andato così, in punta di piedi. Esattamente come ha vissuto. Giuseppe Pangrazi, classe 1925, è morto nella notte del 30 agosto.

Questa sera,venerdì 1° settembre alle 18 verrà celebrato il rosario. Domani, sabato 2 alle 14, si svolgerà il funerale nella chiesa di S.Antonino.

Da anni Giuseppe Pangrazi viveva a Vaie ma il suo cuore è sempre rimasto a S.Antonino; paese che, con la sua macchina fotografica, ha immortalato nei momenti piccoli e grandi, pubblici e privati, lasciando uno sconfinato archivio di “scatti” che da qualche tempo il figlio Fabrizio sta esplorando e riportando alla luce custodendoli gelosamente e, al tempo stesso, condividendoli.

Già, perché per tantissimi anni Giuseppe Pangrazi è stato il fotografo del paese nello studio che è poi passato nelle mani di Fabrizio: battesimi, prime comunioni, cresime, matrimoni ma anche manifestazioni, avvenimenti, eventi di vario tipo. Quasi mezzo secolo di vita del paese è stato ritratto e raccontato dalle sue foto.

Il “mestiere” del fotografo, per Giuseppe, non era però una faccenda “automatica”, da uno scatto e via. Era un modo di guardare la vita, le persone, il paese. E di impegnarsi: nella parrocchia (ha fatto parte con don Cantore prima e don Cordola poi, del Consiglio Pastorale Parrocchiale), nell’Azione Cattolica; nel mondo del lavoro attraversando pressoché tutte le fasi della parabola della Magadyne, nelle associazioni del paese (a S.Antonino prima, a Vaie poi) con qualche incursione nella vita sociale e politica (“con Ettore Rege Moretto – raccontava – ho fondato la sezione della Democrazia Cristiana di S.Antonino. E ho fatto campagna elettorale per lui, che poi è diventato sindaco. Ma non ho mai voluto mettermi in lista per il consiglio comunale”).

Con l’entusiasmo di un ragazzino, una volta raggiunta la meritata pensione, si è sempre tenuto aggiornato sulle novità tecnologiche fino a dar vita, nella sua casa, ad un laboratorio (lui lo chiamava “il mio regno”) dotato di computer e apparecchiature per montaggi video.

Soltanto un entusiasta come Giuseppe Pangrazi, poi, poteva accettare la sfida di andare a raccontare ai ragazzi, le vicende vissute prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale: l’infanzia a Roma, la prigionia in Germania dopo una fuga rocambolesca, l’arrivo e la permanenza in Valle di Susa.

Una delle ultime volte che chi scrive l’ha incontrato usciva proprio dai cancelli delle scuole medie, con gli occhi che ancora brillavano per l’emozione di aver condiviso con i ragazzi degli anni 2000, il periodo difficile, tragico ma pieno di speranza della sua infanzia e della sua gioventù. “Se vieni a trovarmi – mi disse – li racconto anche a te”.

Non si ricordava che l’aveva già fatto almeno un paio di volte; ma quando capitava era sempre bello sentirlo raccontare.

Ora le sue parole, i suoi racconti “dal vivo” ci mancheranno. Ci restano le sue foto e le tante cose belle che ci ha detto e  ritratto.

Bruno Andolfatto