“Una vera e propria chiamata internazionale alle armi”. Così ieri, mercoledì 13, il procuratore generale del Piemonte, Francesco Saluzzo, ha definito gli scontri avvenuti a Chiomonte dopo lo sgombero dell’area su cui, qualche tempo dopo, sarebbe sorto il cantiere per scavare il cunicolo esplorativo della Maddalena. Saluzzo ha chiesto chiedere la condanna di tutti i 47 imputati  (la posizione di altri cinque era stata stralciata) del maxi processo d’appello per gli scontri tra No Tav e forze dell’ordine in cui accusarono lesioni quasi duecento agenti.

Si va da un minimo di un anno e otto mesi a un massimo di quattro anni e dieci mesi, per un totale di quasi due secoli di carcere.

Nel corso della requisitoria l’accusa ha descritto in due udienze “uno dei momenti più  caldi” della contestazione alla Torino-Lione.

Due, in particolare, le giornate al vaglio dei giudici: quella del 27 giugno, quando le forze dell’ordine sgomberarono il grande presidio No Tav alla Maddalena di Chiomonte, dove oggi sorge il cantiere, e quella del 3 luglio successivo quando, dopo una manifestazione fino a quel momento pacifica, si ebbe il primo assalto alle recinzioni appena istallate

A differenza di quanto avvenuto in primo grado, quando le udienze erano celebrate nell’aula bunker delle Vallette di solito destinata ai processi di mafia e terrorismo, la causa si svolge a Palazzo di giustizia per iniziativa dello stesso magistrato.

Il procuratore generale, sceso in campo di persona per rappresentare l’accusa “in continuità ” con la linea tracciata da Gian Carlo Caselli, ha mostrato le immagini degli scontri, “una vera e propria azione militare” nel corso della quale gli agenti furono colpiti con “lanci di pietre, di tronchi e di altri oggetti pericolosi”.

Uno di loro venne portato in un bosco da un gruppo di manifestanti e picchiato.
“Non vedo da parte di nessuno una presa di distanza e non ci sarà  mai perché la radicata convinzione di essere nel giusto e che lo Stato stia sbagliando non verrà mai ritrattata”, ha detto Saluzzo, sottolineando ancora una volta la differenza tra “libertà di pensiero e di manifestare e azioni violente e aggressive come queste”.

Le pene richieste superano quelle ottenute in primo grado, il 27 gennaio 2015, quando il ’maxi’ terminò con sei assoluzioni e 47 condanne per quasi 150 anni di carcere. E’ il caso ad esempio di Guido Fissore, consiglieri comunale di Villarfocchiardo, condannato a 4 mesi di carcere in primo grado, per il quale sono stati chiesti un anno e dieci mesi di carcere. Perché, ha spiegato Saluzzo, nel suo ruolo di amministratore pubblico ha finito col trascinare i manifestanti incoraggiandoli ad agire.