Si è svolta, nella sede Unitre, la conferenza di Gemma Amprino relativa alla condizione femminile al tempo della Prima Guerra Mondiale: un ritorno al passato, ricco di spunti per il tempo attuale. Di fronte ad un pubblico attento e interessato, la professoressa, partendo dall’anno 1900, ha illustrato la situazione familiare e lavorativa che caratterizzava la vita femminile all’inizio del secolo scorso, mettendo in evidenza come rilevanti aspetti presenti in molte culture oggi diffuse nel mondo – basati su una sudditanza della moglie rispetto al marito- connotassero la vita delle donne italiane all’inizio del ‘900. Partendo dal quadro economico e culturale di quel periodo, Amprino ha sottolineato che alle donne, senza autorizzazione del marito, era vietato donare, vendere beni immobili, sottoporli ad ipoteca, contrarre mutui, cedere o riscuotere capitali. Ha segnalato anche che era giuridicamente non riconosciuto a loro il diritto di educare i figli minorenni e curarne gli interessi, essendo la patria potestà solo in capo al consorte. Nel suo esame, ha precisato: “Molte erano le virtù richieste al momento del matrimonio: il futuro marito, in osservanza di quanto desiderato dai suoi genitori, esigeva che la sposa fosse di buona famiglia, casta e morigerata nei costumi, in buona salute, ubbidiente e lavoratrice, in grado di partorire figli maschi, che assicurassero forza lavoratrice e stabilità al contesto familiare”. Questa secolare impostazione culturale- ha affermato Gemma Amprino- non era stata messa in discussione neanche dalla 2a Rivoluzione Industriale, che  pure aveva modificato positivamente l’economia e le condizioni di vita delle persone. Nuove scoperte nel campo della medicina, dell’elettricità, della chimica e in altri importanti settori avevano, infatti, diffuso un generale ottimismo, come attestato dall’espressione “Belle Epoque”, senza riuscire però a modificare l’ineguaglianza sociale della condizione femminile. Le donne continuavano a non poter votare, a non poter accedere a tutte le professioni, a non veder riconosciuta  parità di trattamento sui posti di lavoro, a non poter disporre della propria persona e del proprio patrimonio. Questa situazione, nonostante i Movimenti Femminili, probabilmente sarebbe durata ancora per molto tempo se -ha ipotizzato Amprino – non fosse accaduto il 28 luglio 1914 un evento di portata epocale: l’inizio della Prima Guerra Mondiale, con la chiamata alle armi nei tre anni di conflitto italiano di 5 milioni e 200 mila combattenti: “Questa drammatica situazione, che ha privato campi e fabbriche di manodopera maschile, ha imposto alle donne, per la prima volta nel secondo millennio, di gestire direttamente l’economia familiare e di sostituire gli uomini nei tradizionali lavori maschili: le fabbriche, anche belliche, si sono riempite di manodopera femminile, i tram e i treni hanno visto conducenti donne, le operazioni finanziarie di vendita e acquisto sono state concluse da donne- ha detto la relatrice-. A queste occupazioni si è costantemente affiancato, per tutto il tempo del conflitto, l’impegno di sostenere e aiutare i soldati in ogni modo possibile. Il volontariato femminile si è espresso in molteplici modi; uno tra i più qualificati è stato senza dubbio quello infermieristico, svolto dalle Crocerossine negli Ospedali prossimi ai campi di combattimento”. Terminata la Guerra nel 1918, con la sua dolorosissima eredità di morti e invalidi, in Italia come negli altri Stati, si è cercato di ritornare alla “normalità”: le donne sono state licenziate e gli uomini sono ritornano a ricoprire i ruoli tradizionali in casa e fuori casa. “Ma la storia non dimentica mai se stessa – ha precisato Gemma Amprino- e l’enorme impegno sostenuto dalle donne, nei vari ambiti della vita sociale ha reso la Nazione più consapevole del loro valore e delle loro qualità”. Nel 1919 la legge Sacchi riconosce finalmente alle donne il diritto di gestire importanti aspetti della propria vita, senza chiedere l’autorizzazione del marito. Per atri rilevanti diritti, quali il diritto al voto, occorrerà in Italia attendere la 2a Guerra Mondiale.

L’Unitre di Susa