Un’altra voce del treno della memoria è quella di Giulia Gullone, 17 anni di Sant’Ambrogio. Ecco il suo racconto del viaggio straordinario che ha condiviso con centinaia di studenti.

Era ottobre quando decisi di partire per il Treno Della Memoria.  Dicevano: “Fidati, ti cambierà la vita”, ma ero incredula e ancora non riuscivo a comprendere il significato di quelle parole. Sono partita con il tentativo di scoprire, ma soprattutto scoprirmi, scavare a fondo in me stessa e trovare risposte a quelle che per troppo tempo erano rimaste semplici domande.

Ho visitato Budapest, città dimenticata e trascurata, che però conserva ancora il dolore per la perdita di 2/3 del territorio ungherese durante la Seconda Guerra Mondiale e custodisce il coraggio di figure come Giorgio Perlasca, disposte a rischiare la propria vita pur di salvarne anche solo una ebrea.  Proprio per quelle strade ho compreso quanto sia importante uscire dalla “zona grigia”, non rimanere indifferenti davanti alle ingiustizie, far sentire la propria voce , distinguersi.

In un mondo in cui l’obiettivo sembra essere trasformare il popolo in un singolo soggetto pensante con un’unica volontà politica, informarsi diventa fondamentale. L’informazione infatti ci permette di  sviluppare un pensiero critico, con fondamenta valide e forti e di non accontentarci né ricadere in “luoghi comuni”. Possibilità come l’informarsi, il far sentire la propria voce o l’esprimere il proprio pensiero non sono da sottovalutare: esse sono manifesto della nostra libertà, quindi del nostro essere soggetti vivi e pensanti.

Varcando il cancello di Auschwitz sormontato dalla scritta “Il lavoro rende liberi”, ho pensato che avrei compreso davvero il valore della libertà solo se un giorno l’avessi persa, poiché essere liberi implica anche il diritto di credere che tale valore non ci verrà mai tolto, che sarà nostro per sempre e non ci sfuggirà mai dalle mani con un flebile soffio di vento. Sono stata colpita dal senso di privazione e oppressione che mi ha colto per le strade di quel campo : percorrendo i sentieri delle atrocità commesse qualche decennio prima, ho realizzato che probabilmente “la nostra lingua manca di parole per esprimere quell’offesa, la demolizione di un uomo”. Svalorizzare completamente una persona, sino al punto di farle dimenticare il suo nome, trasformandola in un semplice e insignificante numero di matricola: non è forse già questa la prima di molte atrocità?

Questo viaggio mi ha insegnato molto , ma non mi ha consegnato in mano delle certezze, bensì solo più domande a cui non so dare risposta. Ricordando il viaggio, ripenso alla massa di capelli osservata dentro una delle stanze ad Auschwitz e mi domando come possa un uomo sopportare un’umiliazione del genere. Mi ritorna poi alla mente la sensazione di soffocamento, che colpiva tutti prima dell’ultimo respiro fatale nelle camere a gas o il senso di inquietudine alla vista del muro contro cui i deportati erano fucilati. Soprattutto però, ripenso al tramonto che mi sono lasciata alle spalle una volta uscita dal campo di Birkenau. E’  stato il tramonto più bello che io abbia mai visto: i suoi colori contenevano la promessa che il cielo  sarebbe rimasto sereno per tutta la notte, eppure in quel momento la visione idilliaca del tramonto era in grado di provocare  in me solo altra tristezza. Immaginavo i deportati osservare lo stesso spettacolo naturale e vedere in esso solo il tramonto di se stessi, della loro vita.

Scrivo queste parole perché non sono più questi i tramonti che voglio vedere: vorrei che ciascuno guardasse al tramonto come un orizzonte sconfinato di possibilità che gli si apre davanti e non come la linea sottile che pone fine alla vita. Primo Levi scriveva: “È successo, quindi può succedere di nuovo. Questo è tutto ciò che ho da dire”. Ora sta a noi: quante altre volte vogliamo farlo accadere?