E’ una fredda mattina di gennaio del 1897, il vescovo chiama il suo domestico Giovanni e gli consegna una lettera da portare all’avvocato Cesare Napoli, che ha l’ufficio vicino al Tribunale. “Digli che la legga subito e che ti dia una risposta”.

Giovanni, avvolto nella sua mantellina, va dall’avvocato e gli consegna la lettera.

“Monsignore mi ha detto di dirle se può leggerla subito e darmi una risposta”.

Sorpreso per una lettera così mattiniera, l’avvocato, ancora fresco di laurea, legge e per un attimo resta in silenzio. Dentro di sé si chiede: “Ma cosa vorrà dirmi di così urgente il mio vescovo”? Alza gli occhi e risponde al domestico: “Dica a monsignor . Rosaz che domani sarò a pranzo da lui”.

Puntuale a mezzogiorno, l’indomani, l’avvocato Napoli suona al Palazzo Vescovile. Gli viene ad aprire il segretario. “Entri, il Vescovo l’aspetta”:

Sul lungo corridoio del pian terreno appare il Rosaz: “Buon giorno, avvocato, venga, venga tutto è pronto. Le dispiace se pranziamo nella vecchia cucina? Mi sembra più familiare…”:

E’ la prima volta che il vescovo lo accoglie nella sua grande cucina. “Pranzeremo qui, io e lei, come un padre sta con il figlio”.

Si siedono a tavola, dopo aver detto la preghiera dell’Angelus ed aver invocato la benedizione divina sul loro pasto. Giovanni, il fidato domestico, serve la minestra di verdure, dal profumo invitante.

“E allora, come va? Ha già qualche causa da difendere?”.

“Sono appena agli inizi, ma comunque non mi spavento. Nella vita ci vogliono coraggio, pazienza e determinazione”.

“Sì, ha ragione, sono tre virtù eccellenti. Oggi è venerdì, mangiamo di magro, come secondo ci hanno preparato patate bollite e formaggio, ma di quello buono, arriva dalle mie terre, da Termignon. Si serva… Posso versarle un bicchiere di vino?”.

Il giovane avvocato non sa più cosa dire e si chiede: “Ma perché mi ha invitato a pranzo? Quale segreto mi nasconde il mio vescovo”.

Quando arrivano alla frutta, delle piccole mele di Gravere, il vescovo fissando negli occhi il giovane avvocato gli chiede: “Lo farebbe mai lei il direttore di un giornale?”.

“Proprio mai, eccellenza. Io sono un avvocato, non sono un giornalista”.

“E se glielo chiede il suo vescovo, lo farebbe?”.

Napoli arrossisce: “Giovanni lasciaci soli”.

Il domestico esce dalla cucina. Un attimo di silenzio. Il vescovo continua a fissare quel giovane avvocato. Sono occhi di amore i suoi, di stima, di fiducia.

“E allora, lo farebbe?”.

“Sì, lo farei”.

“Bravo, il coraggio non le manca. Adesso le racconto il mio progetto. Da alcuni anni noi vescovi del Piemonte siamo più che convinti che ogni diocesi debba avere il suo settimanale, qualcuno ha già iniziato, ora tocca anche a noi, ora tocca a Susa”.

“Ma qui da noi imperversa L’Indipendente, non so se ce la faremo?”.

“Ma non mi ha detto poco fa che ci vogliono, coraggio, pazienza e determinazione? Su, dimostri di averle queste virtù. E poi io l’aiuterò, scriverò anch’io, che so, dei racconti di storia patria o dei santi di casa Savoia”.

“Ma ci vogliono dei soldi, tanti soldi. Dove li troverà?”.

“La Provvidenza ci aiuterà, anche questa per me è una santa impresa”.

“D’accordo. Ma la tipografia dove la troviamo?”.

“Se non troviamo altro, stamperemo il giornale in vescovado. Mi sono informato a Torino c’è una macchina da stampa americana, pesa 23 quintali, con tutti gli accessori. Di questo mi preoccupo io. Lei metta giù un progetto, cerchi dei collaboratori. Io convincerò il clero, che deve capire la forza di un foglio diocesano e lo dovrà sostenere”.

Il vescovo si alza da tavola, si avvia alla porta. Sono circa le due.

L’avvocato lo segue arrivato al portone del vescovado si aggrappa alle mani del suo vescovo e gli dice: “Mi benedica”. Il vescovo posa le sue sante mani sulla testa del neo direttore, dice in cuor suo una preghiera e poi lo benedice.

Mentre si alza, Napoli gli chiede: “Come lo chiameremo?”. “Il Rocciamelone”.

Pochi mesi dopo, il 3 aprile 1897 esce il primo numero

d.e.