Lo scorso 24 gennaio, nel vedere le fiamme divorare una parte della Sacra di San Michele, i bibliofili non possono non avere pensato all’incendio che distrugge la biblioteca della misteriosa abbazia in cui si svolge la trama del capolavoro di Umberto Eco “Il nome della rosa”, pubblicato nel 1980. Dire che Eco sia stato ispirato soltanto dalla Sacra per scrivere il suo romanzo è un tantino esagerato, ma certamente il grande erudito, scomparso due anni fa, conosceva bene il monastero edificato sul Monte Pirchiriano. Molti sono infatti i tratti in comune fra “San Michele della Chiusa” e l’inventata “abbazia di cui è pietoso e saggio tacere anche il nome”: entrambe si trovano nel Nord Italia, appartengono al ricco Ordine Benedettino e tutte e due hanno vissuto un periodo di splendore nel XIV secolo, epoca in cui si svolge la narrazione (1327). Nel romanzo, un francescano inglese, ex inquisitore, Padre Guglielmo da Baskerville (un omaggio di Eco ad Arthur Conan Doyle, creatore di Sherlock Holmes che indagò sul misterioso “Mastino dei Baskerville”), accompagnato dal novizio benedettino Adso da Melk, figlio cadetto di una nobile famiglia mitteleuropea, si trova a indagare su una misteriosa e orripilante serie di omicidi che paiono essere legati a un testo maledetto o, meglio, reso tale perché ritenuto contrario agli insegnamenti della Chiesa: il secondo libro della “Poetica” di Aristotele (che non si sa se sia mai stato effettivamente scritto, ma che sicuramente non è giunto fino a noi), che tratta della commedia e dell’arte di fare ridere.

La Sacra di San Michele durante l’incendio del 24 gennaio 2018 (foto Alice Lesti)

La Sacra di San Michele di giorno in una foto di Alice Lesti

Nel 1986, il regista francese Jean- Jacques Annaud trasse dal racconto di Eco un film di successo che vide nei panni di Padre Guglielmo niente meno che Sean Connery e in quelli di Adso Christian Slater. Fu certamente fatto un sopralluogo anche alla Sacra di San Michele, per verificare la possibilità di girarvi alcune scene, ma l’idea andò a monte, pare, per motivi di sicurezza, dato che l’abbazia, all’epoca, versava in uno stato di abbandono e in condizioni abbastanza precarie.

Alberto Tessa