attaccoQuando vi scrivo è lunedì 16 novembre, è sera e sono tornata a casa dopo un lunedì più difficile del solito.

Mi chiamo Giulia Zucca, sono di Piossasco e vivo a Parigi da due anni. Mi sono trasferita per una scelta scolastica, ora che il mio percorso è finito ho comunque deciso di fermarmi e iniziare a lavorare qui. Mi ero detta che sentivo che Parigi avesse ancora qualcosa da darmi…

 

Giulia Zucca

Giulia Zucca

Venerdì 13 novembre, subito dopo il lavoro, avevo appuntamento con il mio ragazzo (che mi ha raggiunta a Parigi solo qualche mese fa) per bere una birra insieme prima di andare a cena con gli amici da “Chez Gladine” un ristorante molto conosciuto proprio in rue de Charonne.

Ci troviamo alle 18.30, beviamo qualcosa in tranquillità; siamo in anticipo e abbiamo molta fame, Così decidiamo allora di incamminarci verso il ristorante. L’appuntamento con gli amici è alle 20.30. Percorriamo tutta rue de Charonne, proprio fino al locale “la Belle Equipe”. Lo troviamo già pieno di ragazzi per l’aperitivo; la cosa ci incuriosisce  e ci diciamo che può essere una bella proposta per il dopo cena. Torniamo indietro, entriamo nel ristorante e ci sediamo aspettando i nostri tre amici, tutti italiani, compagni di Liceo, un turista e due trasferitisi da poco a Parigi per qualche mese.

Mangiamo tranquilli e soddisfatti dei nostri piatti, siamo pronti a scegliere il dessert, tre di noi escono a fumare, tra cui il mio ragazzo, io rimango a discutere su quale potesse essere il dolce invitante ordinato dalla nostra vicina di tavolo.

E’ in quel momento che sentiamo dei colpi, dei petardi, quindici-venti colpi… No, sono troppi per essere dei petardi, delle ragazze sedute vicino alla finestra si alzano di scatto, il mio fidanzato entra e si nasconde, quasi per scherzo.

Non si capisce ancora nulla, io sinceramente non penso a dei petardi, quel che era successo a Parigi il 7 gennaio ci aveva preparato, e io mi sentivo che quei colpi sono ancora collegati ancora a “loro”.

Il mio ragazzo mi dice che ha visto del fumo più avanti sulla strada, vedo che è confuso, vuole credere alla teoria dei petardi. Gli altri due amici, sicuri che non fosse nulla di grave vanno a vedere, tornano dopo qualche minuti molto seri, dicendoci che non sono… petardi-  “C’è gente che piange e scappa e abbiamo visto dei corpi per terra immobili…”. Nello stesso momento entrano due ragazze in lacrime, sembrano totalmente scioccate, le fanno sedere.

Nel ristorante inizia ad esserci un’atmosfera molto strana, gente che mangia incredula, turisti che ordinano l’entrèe, altri che piangono.

Dentro di me c’è un misto di disperazione e panico. Scrivo dei messaggi sconnessi ad una amica che era appena tornata in Italia, chiedendole di leggere delle news che abbiamo sentito degli spari, lei poteva capirmi, lei come me aveva già vissuto i giorni di paura di Charlie Hebdo, ma era ancora presto per le news su internet.

In un attimo vediamo i camerieri che ci dicono di abbassarci e alcuni entrano in cucina, tra i quali noi. Invadiamo la cucina, con altri 10 o 15 ragazzi, non lo so, la cucina è piccolissima, guardiamo se c’erano altre uscite, ma niente.

Mentre eravamo in cucina ci stringiamo, tremiamo, ci chiediamo cosa stia succedendo;  ho il terrore di ascoltare, di diventare ostaggio, proprio come in quel supermercato 10 mesi fa. E’ stato il momento peggiore. Sento che le lacrime vogliono uscire ma ho troppi pensieri e devo rimanere lucida. Ricevo una chiamata di un’amica che avrebbe dovuto raggiungerci, purtroppo la spavento dicendole di non uscire di casa, che c’è appena stata una sparatoria e di tenermi al corrente delle notizie in radio.

Qualcuno ci fa uscire, non so quanto siamo rimasti in quella stanzetta, con i fornelli accesi. Ci dicono di stare calmi, ma che purtroppo la polizia ha detto che non possiamo uscire dal ristorante.

Una delle mie amiche mi richiama e mi dice “Giuli ce ne sono state altre due di sparatorie…”, lì capisco tutto, lì capisco siamo dentro un dramma, che non era stato un caso singolo, che era di nuovo tutto organizzato e pianificato.

Sale il panico. Chiamo gli altri amici che sono in giro per Parigi che come ogni venerdì sera escono nel decimo o undicesimo arrondissement. Perchè sono davvero i quartieri più frequentati nel weekend.

Purtroppo molti amici non sono ancora al corrente, quindi cerco di spiegare e tutti si allarmano e iniziano a spargere la voce.

Il panico è costante, vedo il mio ragazzo che inizia a fare lucidità sulla cosa, o forse inizia proprio a perdere la lucidità; capisce che lui era fuori, su quella stessa via, a 200 metri quando è successo il fatto, inizia a capire quanto sia reale e orribile tutto questo. Mi dice che deve uscire, mi dice che non può rimanere ad aspettare in quel ristorante, vede un taxi con la luce verde, mi prende e mi carica sul taxi con lui.

Il tassista non sa ancora nulla, o almeno non capisce molto, ascolta la radio e ci dice: “Ci sono alcune strade bloccate quindi facciamo il giro largo “. Noi non avevamo le parole per spiegargli tutto e gli abbiamo solo detto: “Sì, faccia il giro più largo possibile ma in fretta.

La radio inizia a stimare le vittime, siamo a 18, il bilancio ci sembra già terrificante, il tassista inizia a capire, tutti facciamo telefonate. Il mio telefono è quasi scarico, ricevo messaggi, troppi messaggi, da amici francesi e italiani, dai miei genitori e i genitori degli altri. Troppi messaggi, risponderò solo quando sarò davvero in salvo, nel mentre guardo fuori, stringo le mani, vedo polizia e pompieri, ma anche molti giovani che non sanno ancora nulla, che camminano e ridono in Place de la Bastille. Ho quasi l’istinto di mettermi giù per ripararmi, ma voglio vedere quanto manca a casa mia!

Arriviamo, un tragitto breve credo, non lo so, corriamo su per le scale, chiudiamo a chiave istintivamente dietro di noi la porta, mettiamo in carica i telefoni, e accendiamo le dirette tv…..il resto lo conoscete tutti.

Rispondo a tutti i messaggi, sto bene, sono arrivata a casa, ma ero lì ed è stato orribile.

Un’amica viene da noi, era lontana dagli attentati, ma le diciamo di stare da noi che era più vicina nel suo tragitto per tornare a casa.

Stiamo svegli fino alle 3, fino alla notizia del centinaio di persone morte al Bataclan e fin quando non sappiamo che tutti i nostri amici che erano rinchiusi anche loro nei vari bar non sono a casa in salvo.

Ancora non ci crediamo, ci obblighiamo ad andare a letto, nessuno dorme. Il vicino tiene la radio accesa tutta la notte, e il vicino del piano di sopra cammina avanti e indietro in continuazione e noi ci rigiriamo nel letto. Nessuno dorme.

Sabato mattina riaccendiamo i telegiornali e chiamiamo tutti i familiari in Italia, con calma. Ci riuniamo tra amici a casa nostra, facciamo da mangiare per tutti, cerchiamo di distrarci, ma non abbiamo il coraggio di uscire, non oggi.

Domenica invece ci obblighiamo a uscire, sappiamo che dobbiamo reagire, in più è una bella giornata. Cerchiamo di evitare le zone toccate due sere prima, andiamo nel Marais. C’é tantissima gente, sono abbastanza stupita. Ci sediamo in un caffè con altri amici.

Ma l’orrore arriva di nuovo, la gente che si nasconde e si butta per terra, i camerieri che tirano giù le serrande e spengono le luci, non capiamo, ma tutti ci diamo “No ancora no, basta!”, il cuore ricomincia all’impazzata, si dice che è un falso allarme. Decidiamo di rifugiarci da un amico che abita lì vicino, corriamo in mezzo alla gente che ci guarda spaventata, c’è chi ci urla “fate in fretta” dalle finestre e chi ci chiede “perchè correte, di nuovo?”

Una volta ritornati a casa nostra capisco che è davvero guerra a Parigi, in Francia, in Europa….

E lunedì, ci si sveglia per andare a lavorare, faccio uno stage in uno studio di scenografia, ho dormito ancora malissimo, mi sveglio prima della sveglia, fa freddo, mi preparo, saluto il mio compagno, gli dico di stare attento e lui mi dice di avvertirlo quando arrivo a lavoro. Oggi prendo il bus, non prendo la metro.

A lavoro ci si saluta a stento oggi, nessuno ha voglia di parlare. Proviamo a lavorare, ma abbiamo la pagina delle news aperta costantemente. La giornata passa, ma il batticuore mi ha accompagnata tutto il giorno, ad ogni sirena, ogni rumore improvviso.

Si lo so, bisogna reagire, e reagisco, come abbiamo reagito dopo il 7 gennaio scorso, ma questa volta la sentiamo di più. Eravamo noi ragazzi l’obiettivo questa volta. In qualche modo ci hanno colpiti tutti.

Fisicamente sto bene, psicologicamente non ancora, ma mi rimetterò, lo so, l’abbiamo già vissuto una volta anche se in maniera diversa.

Parigi è viva, ed è ormai è la mia città, reagiremo tutti insieme.

Ecco il mio racconto, forse mi sono dilungata, ma è stato anche per me un buon esercizio per scaricare i pensieri. Vi dò in custodia la mia esperienza.

 Buona serata.

 Giulia