parigi_attentati01In questo gelido novembre, sono già stati tre gli attacchi terroristici sferrati dallo Stato Islamico: il primo è avvenuto il 4 novembre in Egitto, dove c’è stato un bombardamento che ha causato la morte di quattro poliziotti; il secondo ha avuto luogo a Beirut, in Libano, dove sono morte 43 persone in seguito ad un doppio bombardamento; il terzo – già tristemente noto- è avvenuto a Parigi, nel cuore della Francia, dove hanno perso la vita 129 persone a causa di tre esplosioni.

Boris Bernabé

Boris Bernabé

Una di queste esplosioni è avvenuta nei pressi di Saint-Denis, a circa due chilometri da Parigi, luogo in cui Boris Bernabé, Docente di Storia del Diritto presso l’Université Paris-Sud Orsay, abita assieme alla moglie ed ai due figli. “Un venerdì sera come tanti  – dichiara – inizialmente non ci siamo accorti di nulla, è stata mia madre a darci l’allarme: nonostante lei abiti a sud della Francia, ha chiamato per chiedere se stessimo tutti bene ed è stato in quel momento che abbiamo realizzato di trovarci nel bel mezzo di un attentato. Ho acceso la televisione, per avere qualche delucidazione in più. Poi il gelo, ho sentito il gelo pervadere il mio corpo, perché situazioni come questa non possono che farti rabbrividire”

Gli avvenimenti dello scorso venerdì, tuttavia, non sono stati isolati in questo storico 2015: è dall’inizio dell’anno che la Francia è stata presa di mira dallo Stato Islamico – ovvero da un’associazione terroristica islamista attiva in Iraq e Siria – basti pensare a quanto accaduto il 7 Gennaio, giorno in cui venne colpita la redazione del giornale satirico “Charlie Hebdo” e in cui persero la vita 12 persone. Bernabé, in proposito, dichiara che a suo parere sia necessario porre tali avvenimenti su due piani diversi: a livello europeo, la distruzione di Charlie Hebdo dev’essere contestualizzata politicamente come un attentato volto alla precisa eliminazione di alcune persone in particolare, mentre gli attentati in pieno centro a Parigi del 13 Novembre hanno colpito persone di 19 nazionalità diverse, fedi diverse, con l’unico scopo di generare il panico generale. Proprio per questo motivo il Presidente François Hollande, dopo ben 54 anni dall’ultimo episodio, ha dichiarato l’état d’urgence (lo stato di emergenza), il plan rouge alpha (al fine di evacuare e sostenere le vittime, anche a livello psicologico) e, infine, ha indetto la chiusura delle frontiere per tutta la Francia.

E quale potrebbe essere una soluzione per porre fine a questa guerra? «Io sono un Professore,» – afferma Bernabé – «per me non ci sono alternative al di fuori dell’insegnamento, dell’istruzione, dell’educazione ad uno spirito critico. I giovani devono essere educati alla piena e totale comprensione del mondo che li circonda, questo anche tramite l’insegnamento di tutte le religioni, per dare al mondo di domani una chiave di lettura critica, che renda i futuri cittadini del mondo persone consapevoli e volenterose di proporre un cambiamento positivo.»

Tutto ciò ricordando le chiare parole di Papa Francesco, «Questa violenza non è umana»: in quanto esseri umani dovremmo impegnarci nella ricerca di comprensione, per combattere la guerra con l’intelligenza e con l’amore, le uniche “armi” che potrebbero realmente porle fine.

 Alessia Taglianetti

Un particolare ringraziamento all’interprete del Professor Bernabé: Vittorio Quartetti.