fotoSono Fabio Cevrero, un ragazzo ventitreenne di Chianocco che frequenta il quinto anno della facoltà di Architettura presso il Politecnico di Torino. Al momento mi trovo a Lione per studio grazie al Programma Europeo Erasmus che mi ha dato la possibilità di essere ospitato in un’università straniera, appunto l’ École nationale supérieure d’architecture de Lyon, a partire da settembre per un periodo di 5 mesi.

Fortunatamente venerdì sera mi trovavo a casa in quanto, stanco del lavoro universitario svolto durante tutta la settimana, mi sono concesso una serata di assoluto relax. Non ho appreso subito la notizia della disgrazia parigina poiché ero al telefono con i miei cari;  solo nel momento in cui ho attaccato la telefonata mi sono accorto che avevo ricevuto una lunga serie di messaggi sul cellulare tra le ore 10:30 e le 11: lì ho capito che qualcosa di grave era accaduto. Sono stati dei veri momenti di panico: a Parigi studiano e lavorano persone che conosco e ho subito cercato di contattarle. L’attesa di un messaggio rassicurante da parte di questi amici (che si trovano tutt’ora nella capitale francese) è stata orribile. Per fortuna ai miei amici non è successo niente, ma rimane la delusione e la rabbia per quanto accaduto.

Sono state delle ore di paura, una nottata veramente triste perché nella testa mi sono passati mille pensieri. Mi sono immedesimato nelle vittime: quante volte sono uscito per andarmi a bere una birra con i miei amici nel centro di Lione? Sono state spazzate via come niente 129 persone  innocenti che stavano tranquillamente trascorrendo una serata in compagnia, chi al ristorante chi a un concerto di musica rock. Tra l’altro tre settimane fa ero anche io a Parigi con la mia ragazza per visitare la città; poteva davvero succedere di ritrovarmi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Nelle ore successive all’accaduto, nonostante Lione sia abbastanza lontana dalla capitale, mi sono arrivati numerosi messaggi da persone provenienti dalla Valsusa e  questo mi ha fatto molto piacere.

La giornata seguente è stata piuttosto pesante. Non mi sentivo assolutamente tranquillo. Al mattino mi sono ritrovato insieme ai miei compagni di progettazione architettonica nel quartiere della mia università che si trova nella periferia della città. Durante il viaggio in metro si respirava un’aria particolare, c’era tensione  e allo stesso tempo tristezza per quanto accaduto nella notte. Sapere che attorno a noi si potevano nascondere dei potenziali assassini ha reso tutto più difficile e mi ha fatto  capire quali siano i veri problemi della vita come la consapevolezza che tutto può accadere durante una giornata e che non si può dar nulla per scontato. Il senso di malessere è durato per tutto il weekend, in certi momenti era più forte e in altri più debole e per questo motivo ho evitato i posti molto affollati.

Lunedì mattina sono riprese regolarmente le lezioni e tutto pare apparentemente nella normalità. Non ho ancora capito bene se i francesi abbiamo paura della situazione oppure sono talmente fieri della propria nazione da essere superiori al problema, sicuri di essere già vincitori di questo “conflitto”. Durante il minuto di silenzio nazionale ho percepito un senso di patriottismo che è qualcosa di unico, un invidiabile attaccamento alla propria terra e ai propri principi morali. Nonostante tutto il senso di preoccupazione mi accompagna per tutta la giornata. Nessun posto della città ormai sembra sicuro, né tantomeno la mia università che si trova in un quartiere multietnico dove vi è il 66% di edilizia popolare.

Parlando con i miei compagni di corso stranieri, tra cui brasiliani e svedesi, noto in loro una certa preoccupazione, sintomo che il problema esiste ed è reale. Tuttavia non si può evitare totalmente la vita sociale, non ci si può far sconfiggere dal terrore. Non uscire di casa significherebbe dargliela vinta. L’apprensione c’è ed è forte, essere consapevoli fortemente che in questi giorni tutto può accadere può  creare un blocco mentale ma bisogna andare avanti, cercare di vivere la propria vita, spazzare via il terrore dalla testa.

Non so questa situazione  a cosa può portare. Non riesco a immaginare cosa potrà accadere in futuro. Qui a Lione si vive alla giornata, si leggono le notizie dei vari arresti (lunedì sono stati 5) e si cerca di non pensarci troppo.

Vorrei concludere dicendo che mi sento vicino ai parenti delle vittime e dei feriti dell’attentato del 13 novembre, nella speranza che non succedano più eventi di questo genere e che finalmente regni il buon senso dell’uomo e che si fermino queste inutili atrocità che ormai accompagnano le nostre vite da troppo tempo.