Pubblichiamo di seguito una breve, ironica , riflessione di  don Luigi Berzano, sociologo, parroco astigiano, pubblicata sul suo profilo Facebook

Diario personale del 1 marzo 2021

Ricordo ancora la domenica 1 marzo  dello scorso anno. A causa del coronavirus le chiese furono chiuse e molte messe domenicali annullate. I vescovi eseguirono quanto veniva detto dagli amministratori locali e nazionali. Si racconta che fossero celebrate messe dal solo sacerdote in chiese deserte. Come una partita di calcio o uno spettacolo teatrale, si moltiplicarono le messe in collegamento Skype o in streaming. Le autorità ecclesiastiche accettarono le indicazioni ma si lamentarono della situazione e avvertirono il “pubblico” che il precetto festivo, cioè l’obbligo della messa, era sospeso.

Fu quel giorno, tuttavia, che alcuni cristiani si ricordarono che il Dies Domini,  la messa domenicale, non era un “rito sacrificale”, o una tradizione folklorica, ma era il fare memoria della cena di Gesù con i suoi discepoli. Si ricordarono che fin dai primi secoli i cristiani avevano iniziato ogni domenica a radunarsi insieme come fratelli e sorelle a spezzare e a condividere il pane e a bere il vino dalla stessa coppa. Quello era il tempo in cui si diceva che la Chiesa era là dove c’erano i cristiani e non viceversa. Era il tempo in cui si diceva: “famiglia piccola chiesa”.

Quello era il profondo significato di famiglie grandi o piccole, che da sole o con gli amici più intimi o addirittura con i condomini, con i quali non si salutavano neppure in ascensore, presero a riunirs in casa, attorno al tavolo della cucina o della sala grande. Si mangiava qualcosa, la signora della porta a fianco aveva portato una sua frittata speciale, uno dei figli leggeva un brano del Vangelo, riscoprendo che Eucarestia ed esperienza comunitaria erano la stessa cosa. Poi qualcuno faceva un breve commento, ci si guardava in faccia per confermare un’amicizia e un amore da portare fuori, oltre quel momento di condivisione. Il papà o la persona più anziana, spesso la nonna, spezzava un pane fragrante e versava un po’ di vino in un bel bicchiere. Tutti si passavano pane e vino e ricordavano quello che aveva detto il Signore Gesù: “Quando due o tre si riuniranno in mio nome, io sono in mezzo a loro”.

Dopo un po’ di giorni da quel 1 marzo 2020, il coronavirus se ne tornò in Cina, tutti pensarono di non morire più e tirarono un bel sospiro di sollievo. Le chiese, i teatri, gli stadi si riaprirono. Tutto ritornò al “tran tran” come prima. Riprese anche il gigantesco inquinamento dell’atmosfera e del pianeta che, per fortuna, durante il coronavirus era diminuito. Si ripeterono le sfilate del Carnevale che erano state sospese prima, anche se si era nel tempo della Quaresima. Tutte le chiese cristiane e non cristiane si riaprirono, prevalentemente per i turisti e gli amanti delle pitture e dei monumenti. Ripresero le celebrazioni delle messe, anche se con sempre meno fedeli o, in certe occasioni, con masse anonime ad assistere a qualche matrimonio o festa patronale. L’unico grande cambiamento 

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