Si è concluso ufficialmente a fine maggio, con ottimi risultati, il progetto di Pet Therapy promosso dall’Asl To3, in collaborazione con l’associazione torinese ConTEsto, e reso possibile grazie al finanziamento di Flying Tiger, catena internazionale di negozi di oggettistica e design nata a Copenhagen, in Danimarca. Sei bambini con disturbi dello spettro autistico hanno potuto beneficiare dell’iniziativa che ha visto il coinvolgimento di diversi soggetti (psichiatri, psicologi e veterinari). Uno di questi è stato il veterinario giavenese Mauro Moretta che, inizialmente, avrebbe dovuto soltanto supervisionare il progetto, ma poi si è lasciato coinvolgere in maniera più diretta, portando con sé la sua fedele cagnolona Kami che, insieme ad altri tre cani di diverse razze, ha svolto il suo compito in maniera egregia.

Ma che cos’è la Pet Therapy?

“È un termine molto abusato e spesso utilizzato a sproposito — spiega il dottor Moretta — La Pet Therapy viene sovente confusa con la zooantropologia didattica (quando si portano i cani nelle scuole) o con altre attività assistite (per esempio, quando si introducono animali nelle case di riposo); tutte cose importanti ma, nel suo significato autentico, essa si rivolge a soggetti con patologie fisiche o psichiche e prevede il coinvolgimento di diversi specialisti. In senso strettamente scientifico, non sarebbe nemmeno definibile come ‘terapia’, in quanto i suoi risultati non sono né ripetibili né verificabili, ma sono comunque evidenti e, spesso, vanno oltre le aspettative”.

Il ruolo del cane è davvero così importante?

“Sì, ma per una buona Pet Therapy è più importante il binomio uomo- cane, cioè dev’esserci un’ottima intesa fra l’animale e il suo conduttore; inoltre il cane non può improvvisarsi ‘terapeuta’, deve essere stato esposto fin da cucciolo a una grande varietà di stimoli che gli abbia consentito di contenere la sua componente istintuale e, al contempo, di potenziare quella mentale. Per esempio, Kami mi accompagna nelle scuole sin da quando aveva pochi mesi ed è perciò abituata a stare con i bambini e a sopportare certi comportamenti un po’ esuberanti. Ovviamente, anche lei ha un limite di stress oltre cui è meglio non portarla; ma qui entra in gioco il conduttore che deve capire quando è ora di dire basta”.

Ciascuno dei sei bimbi che hanno lavorato con Kami e con i suoi “colleghi” a quattro zampe ha riportato miglioramenti sia nell’ambito della funzionalità sociale sia in quella comportamentale sia nelle capacità cognitive, il tutto in appena dieci incontri. Insomma, un vero successo. “Sì, l’Asl To3 e il suo direttore, il dottor Flavio Boraso, si sono dimostrati particolarmente sensibili al tema dell’autismo, mettendo in campo un’ottima struttura e dimostrando così di sapere valorizzare le eccellenze di cui dispongono”. La speranza è che il finanziatore del progetto di quest’anno sostenga ancora l’attività o che altri benefattori si facciano avanti, in modo da rendere il servizio (che non fa parte dei LEA, livelli essenziali di assistenza) fruibile da un sempre maggior numero di soggetti autistici che, nella sola To3, sono circa 350.

Alberto Tessa

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