Padre Mario

Una parrocchia e una scuola letteralmente ‘ribaltate’ attraverso cinque “mosse dettate dal Vangelo” lì, nella musulmana Gerico dove l’esigua minoranza cristiana rappresenta oggi un minuscolo ma potente faro di speranza. Padre Mario Hadchity, francescano di origine libanese, racconta come un fiume in piena – ma con precisa consapevolezza – il cammino compiuto in quel delicatissimo fazzoletto di terra, dove la chiesa dedicata al Buon Pastore e la “Terra Sancta School”, unico istituto misto della città di cui lo stesso religioso è direttore, costituiscono il cuore della piccola comunità di fede cristiana. Fra Mario spiega che all’arrivo dei frati della Custodia di Terra Santa c’erano poche scuole, questa che sorge nei pressi nella parrocchia, in un’oasi conosciuta per le sue colorate buganvillee, venne inaugurata nel 1950 con “l’obiettivo costante di vivere con gli abitanti ed essere al loro servizio, soprattutto nel settore dell’educazione”, perchè “la conoscenza è una luce sia nella Bibbia, sia nel Corano”. Fino al 2013 gli studi si svolgevano nella vecchia struttura non più sufficiente per accogliere gli studenti. Oggi la nuova costruzione, in pietre bianche, si erge con fierezza sulla strada principale di quella che, secondo la tradizione palestinese, viene definita “la profumata città lunare”. Nel quotidiano tentativo di costruire e mantenere un equilibrio tra la presenza araba e il credo cattolico ed ebraico, la missione di padre Hadchity è quella di farsi “ponte di pace, ordine, bellezza e dialogo”, attraverso cui crescere le nuove generazioni di giovani “riyhaouïs”, gli abitanti di Gerico.

Padre Mario, cosa significa essere parroco in questo angolo di mondo in cui il suono delle campane quasi si confonde con il canto del muezzin?

Mi trovo qui da sei anni insieme ad un altro religioso americano, padre Anthony, per diffondere, attraverso la Custodia di Terra Santa presente in questi luoghi da ottocento anni, l’annuncio cristiano in un contesto musulmano. Il mio impegno personale, come francescano, è quello di non mollare nonostante le difficoltà, con la speranza, semmai, di aumentare sempre di più la fede e la forza per portare avanti il ministero a cui sono chiamato.

C’è quindi un riscontro positivo in termini di scambio interreligioso e culturale?

Assolutamente sì. All’inizio del mio mandato, non mi accorgevo di quanto le persone osservassero noi religiosi, fino a quando il governatore locale mi ha espressamente fatto notare che l’autorevolezza verso la nostra figura nasce dal fatto che non ci vergogniamo della nostra fede, che non ci intimorisce fare il segno della croce di fronte a chi professa un altro credo. Così, ho iniziato ad applicare questo ‘approccio’ anche a scuola, mettendo il crocifisso anche nelle classi in cui si studia la religione musulmana, in assoluta libertà e senza imporre nulla. Mi viene in mente un aneddoto che può descrivere la valenza con cui è stato interpretato questo gesto. Un’insegnante di geografia un giorno ha tolto la croce in aula per appendere al suo posto una mappa: gli studenti hanno subito protestato, facendole notare che quel segno aveva un grande significato!

Alla docente, costernata, ho fatto capire che il valore dell’uomo va oltre ogni differenza. Ad avermi colpito, comunque, è stato il fatto che i ragazzi, musulmani in prevalenza, hanno preso una posizione, non tanto verso il sottoscritto quanto verso il simbolo preciso che rappresenta un Dio da amare e che ha dato la vita per noi. In un’Europa in cui non si perde tempo a rimuovere gli oggetti sacri, credo che questo atteggiamento dimostrato proprio qui, in Cisgiordania, faccia riflettere. Nella nostra scuola, grazie anche ad un rapporto sinergico con le famiglie, i figli vengono istruiti secondo quel rispetto reciproco che apre all’accettazione dell’altro e, di conseguenza, alla convivenza pacifica: ciò significa che l’abito francescano continua ad ispirare affidamento, sicurezza. Sono sempre più convinto che sia l’educazione l’arma più potente e questa scuola di eccellenza – in cui a differenza degli altri istituti pubblici cittadini le classi non sono separate – è un’ottima palestra in cui esercitarsi.

Rimanendo sul fronte educativo, come avete posto i ‘mattoni’ più significativi della vostra opera di accoglienza francescana?

Oltre alla parrocchia del Buon Pastore, gestiamo il convento e la scuola, appunto, che accoglie allievi dalla materna al liceo. Al mio arrivo a Gerico non m’intendevo di direzione di scuola e ho pregato lo Spirito Santo d’illuminarmi con la sapienza. Di anno in anno, poi, la scuola è andata avanti: siamo passati da 460 a circa 900 studenti, tra cui diverse ragazze. La fase di riorganizzazione iniziale è cominciata con la ristrutturazione amministrativa. E senza alcuna distinzione di trattamento, perchè sebbene gli studenti cristiani siano di meno quello dell’uguaglianza rimane il primo principio evangelico. Ad arredare le pareti ci sono i quadri colorati dipinti dagli allievi stessi e siamo fieri della rete di collaborazione che si è creata tra genitori e professori. Per ogni giovane che si iscrive qui, è nostra premura pensare responsabilmente al suo futuro, qualunque sia la sua religione.

Dal punto di vista pastorale, come siete riusciti a trasmettere l’insegnamento del Vangelo?

Il sostegno e l’incoraggiamento costituiscono il cuore del nostro servizio che si fonda sulle parabole con cui Gesù ha inteso parlare agli uomini di ieri di oggi e, come spesso ripeto, potremmo ripercorrere cinque eventi che ancora adesso contraddistinguono e richiamano il nostro essere cristiani. In primis, la tentazione: Cristo ha sopportato il caldo e affrontato il demonio in questa terra arida e anche noi, come comunità francescana, non dobbiamo lasciarci demoralizzare dalle scomodità. Quindi, il battesimo, con cui entriamo a far parte della Chiesa. Poi, ricordando i personaggi del Vangelo, come non ripensare al cieco di Gerico, e quindi alla nostra umana coscienza che spesso non ha il coraggio di vedere e riconoscere in Dio un padre misericordioso.

Francesca Cipolloni

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