Molti lo ricorderanno per aver annunciato al mondo l’elezione di Papa Francesco dalla Loggia della Basilica Vaticana, ma il Cardinale Jean-Louis Tauran era uno dei membri più stimati e apprezzati del collegio cardinalizio, al servizio diplomatico della Santa Sede dal 1975 e, dal 2007, Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso.

Una personalità profonda e umile che ha speso la sua vita di sacerdote, vescovo e cardinale a costruire ponti con i credenti di altre confessioni e religioni, vivendo in pienezza il proprio motto episcopale: “Verità e Carità”. Ultimo gesto, di enorme importanza storica, la sua visita a Riad, in Arabia Saudita, prima volta di un capo dicastero vaticano nel Paese custode dei luoghi santi dei musulmani. In quell’occasione, come in molte altre, il cardinale aveva ricordato che “il pluralismo religioso è un invito a riflettere sulla fede, perché ogni vero dialogo interreligioso inizia con la proclamazione della fede di ciascuno. Non diciamo che tutte le fedi sono uguali, ma che tutti i credenti, tutti coloro che cercano Dio e tutte le persone di buona volontà senza alcuna affiliazione religiosa, hanno eguale dignità. Ogni persona deve essere lasciata libera di abbracciare la religione che preferisce. Ciò che minaccia tutti noi non è lo scontro delle civiltà, ma lo scontro delle ignoranze e dei radicalismi. Ciò che minaccia il vivere assieme è anzitutto l’ignoranza; per questo, incontrarsi, parlarsi, conoscersi, costruire qualcosa assieme è un invito all’incontro con l’altro, che significa anche scoprire noi stessi”.

Un profondo invito che faceva eco a quanto il cardinale affermava nel 2016 nel suo libro Je Crois en L’ultimo salutol’homme (Credo nell’uomo) e cioè che “le religioni fanno parte della soluzione, non del problema”. In un suo articolo, apparso sull’Osservatore Romano del 9 agosto 2017, il cardinale affermava infatti che “la religione non è un momento particolare della storia. […] Escludere la religione dalla ragione equivale ad amputare l’uomo creato a immagine di Dio”. E l’annuncio della proposta cristiana restava per lui il fondamento per la costruzione di ponti, sulle solide fondamenta del dialogo. “Dobbiamo essere orgogliosi della nostra fede, perché dà all’umanità un futuro” affermava Tauran e continuava: “Noi cristiani siamo stati amati e perdonati e non possiamo tenere solo per noi la luce che ci illumina. Abbiamo il dovere di proporla a tutti e in particolare alle persone che vivono senza speranza. Per questo dobbiamo essere spiritualmente preparati e questa è la seconda esigenza che vedo: saper rendere ragione della propria fede. Dopo la prima che è: trovare la fierezza di essere cristiani, accogliere la grandezza del Mistero. Nelle società pluralistiche in cui viviamo si impone come necessità il dialogo interreligioso, che comincia sempre con la professione della propria fede […] che ci permetta di dialogare in verità”.

Il Cardinale Decano ha sottolineato, nella sua omelia, che il porporato “ha servito coraggiosamente fino alla fine la santa Chiesa di Cristo, nonostante il duro peso della sua malattia”. Si può affermare che aveva la speranza rivolta a Cristo, quella stessa speranza che gli permetteva di concludere il suo articolo rivolto al futuro. “Il cristianesimo non è un pensiero, ma un fatto: Dio si è fatto uomo. La Chiesa continuerà a far riflettere su se stesso l’uomo “distratto” di questo secolo, sulla sua vocazione e sulla necessità di promuovere un mondo dove abitino giustizia e pace. Abbiamo un ruolo da svolgere. Penso particolarmente ai giovani, che troppo spesso sono “eredi senza eredità” e “costruttori senza modelli”. Noi cristiani faremo questo con la Chiesa, nella Chiesa”. Facciamo sì che questo messaggio non si perda.

Andrea Andolfatto

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