L’Arcivescovo di Torino mons. Cesare Nosiglia, Custode Pontificio della Sindone, ha ricordato che, per San Giovanni Paolo II: “La Sindone è una costante provocazione per la scienza e l’intelligenza”. Sta facendo discutere in questi giorni l’ultimo studio sulla Sindone, pubblicato dal Journal of Forensic Sciences e realizzato da Matteo Borrini, antropologo dell’Università di Liverpool, e dal chimico Luigi Garlaschelli, del Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze. Esso dimostrerebbe che alcune macchie di sangue sul Telo sarebbero false. La ricerca che ha nuovamente acceso il dibattito sull’autenticità del Sacro Lino.

Secondo la sindonologa professoressa Emanuela Marinelli, intervistata da Vatican Media, la ricerca non ha nulla di scientifico, e si infiamma: “Ma le sembra un criterio scientifico prendere un manichino di quelli che si usano per i vestiti delle vetrine dei negozi e con una spugna imbevuta di sangue artificiale fissata su un pezzo di legno premere sul lato destro del fantoccio per vedere dove cadono i rivoli di sangue? Questa roba non ha il rigore di altre indagini come quelle realizzate ormai quarant’anni fa su cadaveri di uomini morti per emopericardio, posizionati in verticale e punti con un bisturi fra la quinta e la sesta costala, come fece la lancia del soldato romano. Prove che ebbero risultati diversi da quelli di Borrini e Garlaschelli”.

Continua inoltre la professoressa Marinelli: “Perché un falsario avrebbe dovuto fare solo la metà delle macchie false? Che significato ha un oggetto fatto per metà col sangue e per metà con cose non reali?”. Un ricerca, secondo il Presidente onorario del Centro Internazionale di Sindonologia di Torino prof. Pierluigi Baima Bollone, che è caratterizzata del preconcetto di uno dei due ricercatori, il dottor Garlaschelli, il quale “prima parte dalla sua idea contraria e poi cerca di dimostrarla. Ma” continua il professore “è una persona stimabile e gli voglio bene perché è una persona seria”.

Il lavoro di ricerca, inoltre, sarebbe stato compiuto su una foto della Sindone del 1931, con ancora le toppe del 1534, rimosse nel restauro del 2002. Come afferma nel suo comunicato stampa sul sito della Sindone il prof. Paolo Di Lazzaro, vicedirettore del Centro Internazionale di Sindonologia di Torino, “Pur contenendo vari elementi di interesse, credo le modalità con cui tali sperimentazioni sono state condotte avrebbero bisogno di integrazioni e specifiche attenzioni, per essere considerate scientificamente valide e autorevoli. Le misure delle colature di sangue in laboratorio sono effettuate usando un volontario in buone condizioni di salute sulla cui pelle pulita si è versato sangue fluido contenente un anticoagulante. Queste condizioni a contorno sono molto diverse da quelle presenti sulla Sindone: non tengono infatti conto della presenza sulla pelle dell’uomo della Sindone di terriccio, sporcizia, sudore, ematomi da flagellazione e nemmeno della accentuata viscosità del sangue dovuta alla forte disidratazione. Non è possibile pensare di riprodurre condizioni realistiche delle colature di sangue sul corpo di un crocifisso senza considerare tutti questi fattori che vanno a influenzare in modo importante il percorso delle colature di sangue”.

Il metodo scientifico, parte dall’ipotesi, passa dall’esperimento (l’osservazione) e conduce ad un esito, che può confermare o meno l’ipotesi iniziale. Sembra che in alcuni casi si dia per scontato l’esito della ricerca e si parta dal dato, in questo caso, che la Sindone sia falsa, facendo il possibile per dimostrare un’ipotesi che ha già il sapore della sentenza. Togliere degli elementi di valutazione, partire da un preconcetto, rischia di chiudere la ricerca scientifica per farla aderire alle proprie idee, dimenticando un dato fondamentale, che “il metodo è imposto dall’oggetto” (Giussani) e che “la verità è adeguamento dell’intelletto alla cosa; adeguamento della cosa all’intelletto; adeguamento dell’intelletto e della cosa” che si studia, si osserva (San Tommaso d’Aquino).

Lo stesso mons. Nosiglia continua esprimendo la necessità di ribadire “il principio della neutralità, perché se si parte da un preconcetto e si orienta la ricerca per dimostrarlo facilmente si giungerà a confermarlo … In questo caso non sono più i fatti che contano, ma le idee precostituite vanificando così quella neutralità propria della scienza rispetto alle convinzioni personali”. Piegare la realtà alla propria ideologia, non solo chiude la ricerca, ma rischia di non condurre alla verità.

Andrea Andolfatto

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