Chiesa oggi

Aiutare i migranti a casa loro? Con l’8 per mille si può

Don Renato Chiera: «In Europa si dice di aiutare i migranti africani a rimanere in Africa, ma spesso sono solo parole. Bisogna farlo».

“Qui mangiano solo una volta al giorno. C’è bisogno di tutto”.
Don Renato Chiera dal Brasile in Guinea Bissau per una missione nello stile di Casa do menor, Prete “fidei donum” della diocesi di Mondovì tra gli oltre 300 che dall’Italia sono in missione nel Terzo mondo, sostenuti dai fondi 8xmille

BAMBADINCA
«É da qualche mese che sono in Guinea Bissau, Africa. Tante sensazioni, tanti volti, tante situazioni, tante immagini, tanta povertà con dignità, e una certezza: sono entrato in un mondo differente e misterioso, in una cultura sconosciuta ma con grandi tradizioni. Sono ritornato alla mia infanzia in campagna. Senza luce, acqua, Tv, senza bagno in casa, lavoro in campagna con mezzi semplici: falce e zappa e nessuna industria». Chi scrive, via messaggi WhatsApp, è padre Renato Chiera, della diocesi di Mondovì, prete “fidei donum” tra gli oltre 300 che dall’Italia sono in missione nel Terzo mondo, sostenuti dai fondi 8xmille per la Chiesa italiana.
Don Renato arriva dal Brasile, dalle “Case do menor” che ha fatto nascere oltre 35 anni fa per i bambini ed i ragazzi di strada, i “meninos de rua”. In accordo con i vescovi della Guinea Bissau è partito per uno dei Paesi più poveri dell’Africa e tra i cinque più poveri del mondo: una piccola nazione con circa un milione e novecento mila abitanti.

DAL BRASILE ALL’AFRICA
«Il vescovo di Nova Iguaçu in Brasile, dove ho lavorato finora e dove sono sorte le prime Case do menor, ha appoggiato e sostiene questa nostra presenza che potrà essere presenza missionaria anche della sua diocesi. I vescovi di una regione del Brasile hanno adottato questo Paese africano come terra di missione e uno di loro ci ha invitati. La sua diocesi già aveva una presenza qui con laici e preti. Il vescovo di Bafata, dom Pedro Zilli, brasiliano di origine italiana, del PIME, nel dicembre 2019 ci ha fatto conoscere le realtà sociali delle due diocesi e alla fine ci è stata proposta Bambadinca: punto strategico e molto povero con il 75% di musulmani e una minoranza cattolica. La pandemia e la morte repentina del vescovo a causa del Covid hanno fatto ritardare il nostro arrivo».
Padre Renato Chiera viaggia verso gli 80 anni, portati benissimo: «Siamo venuti in Guinea con volontari da due comunità brasiliane, Casa do menor – Familia Vida di Nova Iguaçù e Obra Lumen di Fortaleza, con cui ci identifichiamo per carisma e rapporti già stretti, da tempo. Attualmente siamo in cinque, me compreso. Due giovani della Lumen, due adulti, Marcus e Celina, della Casa do menor che fanno parte inoltre della Familia Vida. Da 44 anni siamo in Brasile e da 36 anni accanto a bambini, ragazzi e giovani vulnerabili. Questo sarà il nostro campo, ma adesso rimaniamo in silenzio, ascoltiamo, osserviamo, on questa nuova realtà cercando di cogliere le grida e le necessità urgenti. Qui si deve andare molto adagio. Non dobbiamo colonizzare o arrivare sapendo già tutto. Mi sento un bambino che, con quasi 80 anni, deve imparare. Mi devo fare povero. È un poco la kenosis… svuotarsi di tutto per accogliere e per capire, per fare con loro, non per loro. E per fare ciò che potrà continuare dopo di noi. Siamo venuti per amare con gesti concreti che devono annunciare Dio Amore». Spiega ancora padre Chiera: «Nella Guinea Bissau ci sono solo due diocesi: Bissau e Bafatà, questa nata appena 21 anni fa. È una Chiesa giovane e Bambadinca è un paesone di circa 32 mila abitanti, ben distante dalla capitale Bissau. Siamo in mezzo a foreste e soprattutto piante de caju, unica ricchezza di questo Paese essenzialmente agricolo. Qui esiste un’economia rurale di pura sussistenza. Non ci sono fabbriche o mezzi di trasformazione dei prodotti agricoli. La lingua ufficiale è il portoghese, ma la gente usa una lingua “creola”. Ognuna delle 39 etnie ha la sua lingua. E io che parlo volentieri? Mi giostro come posso. Ma tutti capiscono la lingua dell’amore. Non abbiamo auto e andiamo a piedi nel grande villaggio. I bambini, i ragazzi, la gente già ci conoscono. I bimbi ci vengono in incontro e ci chiamano per nome. Arrivano a gruppi in casa nostra. Sbirciano dalle finestre. Aspettano un bicchiere di acqua e soprattutto una “amendoa”, così chiamano le caramelle. È subito festa: giocano in un nostro piccolo spazio, come pallone, si servono di gomitoli di stoffa o ciabatte. E sono felici anche se pieni di polvere rossa o bianca».

VALORI DA RITROVARE
Padre Chiera riflette anche sulla necessità di ripensare l’esperienza di accoglienza. «Sto cambiando e molto la mia idea di evangelizzazione. Prima di noi missionari è già arrivato lo Spirito Santo e ha lasciato, nel cuore di questo popolo silenzioso e osservatore attento, valori comunitari di solidarietà, di rispetto del sacro e della natura, di appartenenza a una grande famiglia, con un forte senso della vita che continua dopo. Sono le sementi del Verbo che dobbiamo cogliere e riscattare. Sono loro che mi e ci evangelizzano. Ed hanno molto da insegnare al mondo cristiano occidentale. La loro cultura ha tanto da offrirci. Ho visto un ragazzino che comprava una lunga pagnotta. Tanti bimbi più poveri si sono avvicinati. Lui ha distribuito un pezzettino per ognuno».
Afferma ancora padre Renato: «I missionari devono trovare la provvidenza per la sopravvivenza quotidiana. Sono persone che danno la vita con radicalità senza sicurezze. Stranamente qui è tutto molto caro. Ci sarebbe bisogno di un pozzo per acqua potabile per noi e per il possibile progetto con il mondo infanti-giovanile. Sogniamo con i ragazzi di qui una palestra polivalente che potrebbe essere spazio di incontro, di attività e di evangelizzazione. Hanno pochissimi spazi impolverati che non si possono usare durante il giorno per causa di un sole che spacca la testa (fino a 45 gradi). E poi sei mesi di pioggia. Stiamo pulendo a mano un’area della foresta accanto a noi per un creare un campetto di calcio. Andiamo a piedi. Così conosciamo la gente. Ma siamo privilegiati. Abbiamo casa, luce e acqua potabile. Noi mangiamo tre volte al giorno. Qui la maggior parte mangia solo una volta. Cerchiamo computer per un corso di informatica, aiuti per iniziare il pozzo…».
Padre Renato si rivolge poi alla sua diocesi di origine, ma anche a chiunque possa fare un piccolo gesto di aiuto: «Sappiamo che avete molti problemi. Ma la vostra sensibilità è sempre grande e commovente. Un poco per voi è un miracolo per noi. Nessuno è così povero che non abbia niente da condividere. Siamo qui anche a nome vostro e della nostra cara diocesi di Mondovì. Potremo in futuro accogliere volontari».

Servizio a cura
del settimanale
“L’Unione Monregalese” –
Mondovì

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