La comunicazione digitale è ormai un dato di fatto planetario, siamo nel bel mezzo di una inarrestabile rivoluzione storica. Per quanto straordinario e lusinghiero questo possa essere dobbiamo fermarci un attimo a riflettere. Non possiamo stare a guardare “il nuovo che avanza” senza chiederci che cosa ci porterà, che cambiamenti porterà tra le relazioni sociali e, ancor più, tra quelle familiari. La comunicazione digitale farà scomparire le emozioni? Saremo ancora in grado di arrossire, di esprimere i nostri sentimenti attraverso uno sguardo? Di dedicare un po’ del nostro tempo a parlare (con gli amici, con i genitori, con i figli) guardandoci negli occhi ? Insomma il grande cambiamento avvenuto con i nuovi mezzi di comunicazione ci ha fatto dimenticare del contatto più semplice per comunicare: il contatto visivo.

Si dice spesso che gran parte della comunicazione umana dipenda non dalla verbalità ma da tutti quei gesti e atteggiamenti che il corpo utilizza per comunicare qualcosa all’interlocutore. Tra le azioni ad essere maggiormente studiate e suscettibili di fornire risposte adeguate, su questi meccanismi psicologici, c’è senza dubbio lo sguardo, il contatto visivo.

L’emozione del contatto di sguardi con il proprio figlio è un’esperienza forte che ogni genitore ha vissuto, ma dietro c’è molto di più. Guardare mamma e papà vuol dire non soltanto ottenere informazioni sul mondo e sulle emozioni. È la pietra miliare dei legami affettivi, dell’attaccamento precoce e dello sviluppo intellettuale del bambino. Il contatto visivo con i figli non dovrebbe mai venir meno perché significherebbe spezzare quel legame affettivo che li aiuta a crescere in modo sano, equilibrato e sicuri. La vita frenetica che condiziona le persone del nostro tempo ha tolto molto alla comunicazione verbale e visiva, in ogni rapporto sociale ma soprattutto in famiglia. Una statistica afferma che il tempo medio che un genitore trascorre con i propri figli è di circa 15 minuti al giorno. Il pasto della sera non è più consumato insieme per le troppe attività in cui ciascuno è impegnato e per i diversi gusti televisivi. Quando non si guarda la televisione, il cellulare, il tablet, lo smartphone riempiono il tempo che potrebbe essere usato per parlare, per guardare come sono diventati i propri figli!! In questo mondo digitale diventa realmente possibile la preghiera: “Signore, fammi diventare uno smartphone, così la mia mamma e il mio papà mi guarderanno un po’ di più”. Le persone hanno bisogno di essere guardate, i figli, i ragazzi vogliono essere guardati! Con gli occhi si comunica amore. Anche l’evangelista Marco nell’episodio dell’incontro tra Gesù e il giovane ricco afferma: “Gesù, fissatolo, lo amò…”

“Il figlio è ancora lontano e il padre già lo vede”(Parabola del Figliol prodigo). Ecco la prima mossa che i genitori patentati conoscono bene: i figli vanno visti, vanno guardati! Non c’è figlio che non ami essere oggetto di attenzione da parte di qualcuno. “Guarda, mamma, che bel disegno ho fatto!”. “Guarda, papà, come vado bene in bicicletta!”. “Guarda, nonna, la maglietta nuova!”.
Persino gli adolescenti, che appaiono così sicuri e indipendenti, amano essere guardati. Che cosa sono i tatuaggi, il piercing e le tante cure del look se non un’invocazione: “Guardateci!”. Insomma, non c’è dubbio alcuno: i figli reclamano il nostro contatto visivo, i nostri occhi. Il contatto visivo soddisfa i loro bisogni emotivi più di quanto non li soddisfino tutti i contatti digitali del mondo messi insieme. Con gli occhi trasmettiamo molto di più di ciò che pensiamo, specialmente cose che sfuggono al nostro controllo cosciente, quindi altamente spontanee. Guardare il figlio è come dirgli: “Tu esisti per me. Tu sei entrato nei miei pensieri, nel mio mondo affettivo, ti amo”. Don Bosco ha sintetizzato uno dei cardini del suo sistema educativo con le parole “Sentano sempre su sé lo sguardo dei superiori”. Non intende una sorveglianza di tipo poliziesco, ma il modo di guardare che dice: “Ti voglio bene. Tu mi interessi davvero. Meriti tutta la mia attenzione”.

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