Liliana Segre una volta disse: “L’indifferenza è più colpevole della violenza stessa. È l’apatia morale di chi si volta dall’altra parte”.

black lives matterL’indifferenza latente e silenziosa è diventata, nell’arco di un mese, il bersaglio contro cui si è scagliata l’ondata rivoluzionaria nata in seguito all’uccisione fredda e brutale dello statunitense George Floyd. La retorica della goccia che ha fatto traboccare il vaso non regge, non regge perché una vita non può essere paragonata a qualcosa di così contenuto: una vita equivale a una marea, dalla portata travolgente. E così è stato: le ribellioni, più o meno pacifiche in base alle zone del mondo, sono sorte perché c’è ancora chi, oggi, si appropria del diritto ingiusto di posizionarsi un gradino più in alto degli altri nella scala sociale del potere e del diritto alla vita.

Black lives matter, le vite dei neri contano. E aggiungerei: contano esattamente e ovviamente come quelle di chiunque altro. La frase, diventata una presa di posizione assunta da tutti coloro che credono in una società fondata nell’uguaglianza sostanziale e non solo formale, è ormai virale in tutto il mondo, e guida le numerose manifestazioni di questo ultimo periodo. Nell’ultimo mese anche Torino ha dimostrato di volersi schierare dalla parte di chi ripudia l’indifferenza. Sono nate spontaneamente due manifestazioni, la prima organizzata il 6 giugno e la più recente sabato 27; entrambe hanno saputo vedere nella diversità culturale e anagrafica un punto di incontro e un momento di profonda riflessione e auto-analisi. Bandiere, colori, musica e sorrisi hanno caratterizzato nel modo più bello i flashmob torinesi, i quali sono riusciti a coinvolgere migliaia di persone da tutto il Piemonte.

Servizio completo su La Valsusa di giovedì 2 luglio.

Ilaria Genovese

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