I primi dubbi sono sorti solamente nel momento in cui mi stavo allacciando la cintura sull’aereo diretto verso Madrid. “Non avrai preso questa decisione a cuor leggero? D’altro canto è in corso una pandemia globale e tu sei su un volo che ti porterà, per un tempo indefinito e incerto, in una delle mete più sconsigliate al momento”, continuava a ripetermi una vocina nella testa, quella che quando sei in dubbio su qualcosa ti fa sempre pesare di aver preso, forse, la strada sbagliata. La mia coscienza, puntigliosa e rumorosa, è rimasta a chiacchierare con me fino a quando l’aereo è decollato e, sotto i miei occhi, le case, le strade e le incertezze sono diventati puntini indistinguibili. Esprimere la volontà di partire nei mesi scorsi, in pieno isolamento, sarebbe sembrato una follia. Ma quando sei nel cielo e vedi le nuvole vicine e le Alpi sempre più lontane, tutto ritrova un suo senso in questo periodo confuso e sospeso che un senso sembra proprio non avere.

Sono partita per tre motivi: lavorare, imparare una lingua e conoscere come funziona la vita in Spagna, con la speranza, forse, di poter comprare un giorno un biglietto di sola andata. I primi due obiettivi posso spuntarli con orgoglio dalla lista; per il terzo, invece, mi tocca aspettare. Ho visto un lato inedito della Spagna, un lato che nemmeno i nativi si immaginavano e che stanno imparando a conoscere solamente in questi giorni. La frenesia, la festa, la musica e l’allegria hanno lasciato il posto all’attesa e alla calma. Non che io sia una persona festaiola, chi mi conosce lo sa; ma non vivere la movida madrilena è come andare a Roma e non ordinare una cacio e pepe di fronte ai Musei Vaticani.

Sono stata in terra iberica per poco più di un mese, abitando in famiglia e lavorando per la maggior parte del mio tempo. Le mascherine, da quando sono scesa dall’aeroporto di Madrid a quando ci sono rientrata per tornare in Italia, sono sempre state obbligatorie ovunque, all’aperto tanto quanto negli spazi chiusi. Nel corso delle settimane il governo di Castilla y Leon ha stretto sempre più la cinghia; il numero dei contagiati continuava a salire e, nonostante per la maggior parte dei casi si trattava di asintomatici, si è provato a scongiurare in qualunque modo il ricorso a una nuova quarantena: limitando l’apertura dei locali, proibendo di fumare all’aperto, chiudendo le aree gioco dei bambini. Non ho mai saputo con precisione la data del mio rientro. Ero partita senza aspettative, sapendo che tutto, da un giorno all’altro, sarebbe potuto cambiare. E’ così è stato.

Servizio completo su La Valsusa di giovedì 3 settembre.

Ilaria Genovese

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